Senza tanti giri di parole: in Italia, al momento, il centro politico è morto. Non è malato, non è in crisi, non attraversa una fase di transizione. È morto. La legge elettorale che uscirà dal Parlamento – se uscirà, e qualunque forma prenderà – spingerà il sistema verso una bipolarizzazione ancora più feroce: due coalizioni, due candidati, due accanite tifoserie. Mentre lo spazio di mezzo resta occupato da un ceto politico rissoso e diviso, impegnato più a contarsi che a contare, più a cercare una collocazione che a elaborare una proposta. Ogni settimana una federazione annunciata, una scissione consumata, una leadership contesa. Inutile piangere: prendiamone atto e archiviamo la pratica.

Ma proprio questo approdo mediocre ci consente di ragionare con maggiore libertà, fuori dall’asfittica contingenza politica. Perché una cosa è il centro come spazio elettorale – quello è defunto – e un’altra è il centro come funzione. E quella funzione è oggi più necessaria che mai. Non parlo di un partito, ma di un metodo. Non di una casella nel sistema politico, ma di un modo di stare dentro i problemi del Paese. È una funzione che un giornale può svolgere persino meglio di un partito. Oggi un partito al centro rischia di vivere di risulta; un giornale al centro può – deve – vivere di idee. Presidiare il centro significa due cose, in apparenza diverse, in realtà complementari.

La prima è l’indispensabile spinta in avanti di cui ha bisogno il Paese. I grandi temi italiani richiedono un’accelerazione che i due poli non riescono a dare. Il primo – la madre di ogni altra riforma – è il pieno ripristino dello stato di diritto e delle istituzioni di garanzia, la cornice senza la quale tutto il resto poggia sul vuoto. E poi la giustizia, l’energia, la produttività, l’innovazione, il rapporto tra Stato e mercato: temi che hanno bisogno di potenti iniezioni riformiste. I poli, invece, vivono entrambi di conservazione: dei propri elettorati, delle proprie rendite, dei propri tabù identitari. La destra conserva fingendo di cambiare, la sinistra conserva in nome del cambiamento. Così la polarizzazione, che sembra il massimo del conflitto, esprime solo un collusivo patto bipartisan fondato sull’immobilismo: ciascuno presidia il proprio campo, difende le proprie bandiere. E il Paese resta fermo.

La seconda direzione di marcia è la mediazione. Proprio così: la mediazione. Perché per fare le cose non basta spingere. Bisogna costruire intese, trovare punti di equilibrio, fatti di contenuti, di merito, di scambi trasparenti tra interessi legittimi. È il metodo con cui si è fatto quasi tutto ciò che in Italia ha resistito nel tempo. Le cose serie si fanno insieme, o difficilmente si fanno. Spinta e mediazione possono sembrare concetti contraddittori. Non lo sono. Lo aveva capito Alcide De Gasperi, che nel 1949, nel pieno della ricostruzione, ricordava a chi si affannava a discutere di destra e sinistra che “il decisivo è andare avanti”. Il dopoguerra fu proprio questo: un centro capace di tenere insieme forze molto diverse e, nello stesso tempo, di risollevare un Paese in macerie, ricostruirne le istituzioni e lo stato di diritto dopo vent’anni di dittatura, ancorarlo all’Occidente e all’Europa. Altro che palude moderata.

Perché stare al centro non significa stare fermi. E nemmeno stare sempre nello stesso posto. Antonio Martino lo spiegava parlando del liberale, che deve saper essere conservatore quando difende libertà già acquisite; radicale quando deve conquistare libertà ancora negate; rivoluzionario quando non c’è alternativa; persino reazionario quando occorre recuperare libertà smarrite. E progressista sempre, perché senza libertà non c’è progresso. È una lezione che vale oltre il liberalismo. In un mondo che si polarizza per raccogliere consenso, il riformismo vero – non l’aggettivo che ormai si appiccica a tutto – non può lasciarsi imprigionare dai vecchi steccati ideologici. Deve sapere dove vuole andare e costruire la strada per arrivarci. Spingere senza limitarsi alla testimonianza, mediare senza impantanarsi nell’immobilismo. Questa è la nostra ispirazione.

Ecco dove troverete il Riformista nella stagione elettorale che si avvia: nel punto in cui spinta e mediazione si incontrano. Un centro senza nostalgie democristiane e senza partiti da fondare, senza federatori e senza federati. Un luogo di elaborazione, non di collocamento. Lo diciamo con serenità a chi affolla lo spazio di mezzo cercando una casella: chi cerca poltrone al centro arriva tardi. Chi cerca idee troverà nel nostro giornale un riferimento costante.