Giustizia
Ma quale “libertà di stampa a rischio”, Report non era il feudo di Sigfrido
Le proteste di Ranucci e dei suoi sostenitori dopo l’annuncio della nomina di Piervincenzi e Presutti alla conduzione di Report sono legittime, ma per nulla condivisibili. Il problema è la perdita di «credibilità e autorevolezza» del conduttore uscente, accennata in forma velata dal comunicato con cui l’azienda ha reso noto l’avvicendamento ma, prima ancora, espressa a chiare lettere da numerosi osservatori, anche di simpatie politiche più vicine all’opposizione che non alla maggioranza di governo. E questo, anche a non voler mettere in discussione il cosiddetto “metodo Report”, che ha prodotto parecchie cantonate e danni alla reputazione di persone poi riconosciute innocenti nei tribunali, le quali non hanno avuto adeguato risarcimento mediatico.
In attesa di accertare se ed eventualmente quali responsabilità Ranucci abbia nello pseudo-attentato di cui il suo amico Lavitola è reo confesso, l’attendibilità del personaggio che fino a ieri era al timone del principale programma di giornalismo investigativo del servizio pubblico televisivo è già stata irreparabilmente compromessa da una serie di circostanze emerse di recente: l’auto-recensione di Ranucci che sotto falso nome magnificava un proprio libro, talune sue disdicevoli frequentazioni non occasionali, l’intervista di Report al viticoltore virtuoso senza informare i telespettatori che si trattava di un ex-autore della trasmissione, le decine di puntate contro chi riveste la carica di capo del governo cui Ranucci aspirava segretamente, i surreali post sui social dai quali traspare non solo megalomania, ma anche una visione distorta di importanti tragiche vicende della storia italiana. Riguardo le accuse di comportamenti incompatibili con l’etica professionale che gli sono state mosse da una giornalista di bella presenza, ci si riserva di ascoltare la versione dell’interessato, mentre si deve tenere conto sin da adesso delle relazioni con le donne raccontate nell’autobiografia di Ranucci che, a seguito di reazioni indignate, sono state giustificate dall’autore alla stregua di invenzioni letterarie. Nel libro non sembravano finzioni e, come dovrebbe essere ovvio, un giornalista che mescola ad arte la finzione e la realtà è inaffidabile. Proclamare insostituibile Ranucci, il quale prese il posto di Gabanelli – che invece non incorse in errori equiparabili ai suoi e perciò rimase a Report fin quando volle lei stessa – indirettamente è fare torto ai nuovi conduttori designati, cui va l’augurio di riqualificare la trasmissione, che ne ha bisogno.
Non è proprio il caso di confondere la persona di Ranucci e i suoi scivoloni con l’elevato principio della libertà di stampa. Mantenere in vita Report è una cosa, mantenere la conduzione di Ranucci è un’altra. Ravvisare nella sostituzione del conduttore addirittura un «colpo di Stato», come ha fatto un inviato di punta di Report, Giorgio Mottola, il quale secondo i progetti della Rai manterrebbe il suo posto – e come lui tutta la redazione – è segno di mancanza di senso delle proporzioni. Da parte di un operatore dell’informazione, è preoccupante. Per inciso, varie fonti giornalistiche riferiscono che la prima scelta della Rai per rimpiazzare Ranucci sarebbe stata il ritorno di Gabanelli, la quale però avrebbe declinato l’offerta: se davvero così fosse andata, ciò sarebbe sufficiente per smentire le narrazioni più apocalittiche. Non sono un fanatico dello spoils system, anzi, ma un po’ di alternanza potrebbe giovare in un ambiente dove per ventinove anni la linea editoriale e politica è stata orientata sempre nella stessa direzione (sì, politica, perché Report non è stato neutrale, specie sotto Ranucci).
Intanto, la redazione è sul piede di guerra. Secondo la giornalista Innocenzi, «non si può accettare una proposta calata dall’alto». Indubbiamente, il raggiungimento di un pieno accordo tra l’azienda e la redazione sarebbe un bene per tutti ma, nel caso in cui si rivelasse impossibile, qualche decisione comunque andrebbe presa da chi ne ha il potere/dovere. La distanza tra le parti non può trasformarsi nell’obbligo di non cambiare nulla. Report non è un feudo dei suoi redattori, come invece sembra pensare Innocenzi stessa, allorché intima: «Non sono ammesse intromissioni esterne». Il suo collega Mondani, peraltro, argomenta la contrarietà a Piervincenzi e Presutti dichiarando che non si può affidare la conduzione «a chi ha le spalle più fragili», sicché a rigore qualche esterno di peso potrebbe reggere l’onere al pari o meglio degli interni, specialmente se la conduzione fosse a rotazione come lui suggerisce e dunque, fatalmente, poggiasse su spalle a volte robuste ma altre no. Ranucci, dal canto suo, attacca i due successori designati. In particolare, scrive che mediocri non sono quelli che non ce l’hanno fatta (sottinteso: ad arrivare in alto), bensì coloro che ce l’hanno fatta ma non lo meritavano. Un concetto che però si può ritorcere contro di lui, quale compendio della sua esperienza di conduttore di Report.
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