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La Rai al servizio del candidato, il disegno Lavitola su Ranucci
La vicenda “Ranucci-Lavitola” è un caso politico. Ma non nel senso diffuso e comune. Vado al punto, proviamo a ragionare: un conduttore, pure vicedirettore Rai, può essere costruito come candidato per scalare uno schieramento, quello progressista, che concorre alla guida del Paese, attraverso la partecipazione alle primarie?
Si può fare con risorse materiali e immateriali del servizio pubblico, nel quale lavora? Si può, torcendo la “par condicio” con altri competitori, fruendo di grande “potenza”, nel senso weberiano, con una disponibilità di fondi, di personale, di mezzi materiali e mediatici, praticamente unici, impiegati nella comunicazione di sé stesso, ben oltre i contenuti del suo programma che serve l’informazione collettiva? Si può, con i soldi del canone, di tutti i contribuenti: di destra, di sinistra, di centro, dei non votanti? Può farlo, lui o chi lo ha pensato per lui, senza limiti, saltando le regole di un’uguaglianza di chances? Non si stravolge il senso dell’articolo 49 della Costituzione che impone a tutti i cittadini, associati nei partiti, di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”? È un metodo democratico?
Perché questo era in sostanza il disegno di Valter Lavitola per Palazzo Chigi, che aveva come beneficiario Sigfrido Ranucci – e sé stesso – per il quale è stato ideato ed eseguito un attentato vero-falso, che è un inedito nella storia politico-giudiziaria. La ratio della par condicio televisiva (legge 28/2000) fu quella di assicurare la parità di accesso ai mezzi di informazione per i soggetti politici; sappiamo come e perché venne varata: bisognava contenere il conflitto d’interesse di Silvio Berlusconi, come leader di una coalizione e nel contempo proprietario del principale polo televisivo privato del Paese.
La vicenda Lavitola-Ranucci fa esplodere una nuova modalità di conflitto d’interessi e di imparità di accesso che si congiunge con un altro aspetto emerso dalla vicenda: la mancata regolamentazione delle elezioni primarie. Il “disegno Lavitola” – bomba o non bomba – manifesta l’esigenza di una legge che sancisca per i partiti politici l’obbligo di elaborare regole trasparenti, soggette al deposito e controllo da parte di autorità terza, per il caso che un rassemblement utilizzi le primarie per selezionare le proprie candidature alla premiership o ai seggi di Camera e Senato.
Pensateci: dopo l’allontanamento da Report, la candidatura Ranucci – che già vantava una formidabile connection con l’ANM e con pezzi dei servizi segreti, altro elemento di squilibrio e distorsione – è tuttora competitiva nelle possibili elezioni interne al Campo largo, a maggior ragione con l’aureola di vittima. Il faccendiere-ristoratore non era un visionario: bisogna riconoscergli un senso della politica più raffinato dei suoi commensali. Anche per questo, la decisione della Rai di sostituire Ranucci alla guida di Report garantisce non soltanto il servizio pubblico, ma anche per la qualità della democrazia politica e delle dinamiche dentro ai partiti; soprattutto del fronte “gauchista” che oggi emette alti lai contro “Tele-Meloni”. Chi credete che l’elettore progressista voterebbe in una eventuale sfida interna tra Schlein, Conte e l’ex conduttore di Report?
Vedremo se Sigfrido scenderà in campo: ha dichiarato che non lo esclude. Ma intanto, visto da un’angolatura diversa, il suo caso segnala una “questione democratica” al mondo politico che va oltre lo svantaggioso affare per il centrodestra di creare un nuovo martire: esso consiglia alla sinistra, in particolare ai suoi leader, di non stracciarsi troppo le vesti per l’allontanamento da Report del candidato di Lavitola alla guida della macchina progressista: grida e proteste contro governo e Rai si iscrivono perfettamente in quel progetto. Erano state previste; lucidamente.
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