Meloni farebbe meglio a rispondere con un bel “no comment”
Ranucci, la prudenza della procura di Roma e il sistema di potere che difende il giornalista oltre ogni ragionevole dubbio
Se posso prendermi la libertà di dare un consiglio a Giorgia Meloni, le suggerisco di ordinare ai suoi giannizzeri di rispondere con un “no comment” alle domande sul caso Ranucci/Lavitola, magari aggiungendo – per fare bella figura con l’Anm – “lasciamo lavorare la magistratura alla quale rimettiamo il nostro giudizio”.
E su questa stessa linea la premier dovrebbe esercitare un’azione di moral suasion sui vertici Rai, affinché non assumano provvedimenti nei confronti del conduttore. Non avrebbe alcun senso intervenire in una vicenda i cui protagonisti si stanno squalificando da sé, tanto che si sta avverando il noto proverbio cinese che invita a sedersi sull’orlo del fiume in attesa che transiti il cadavere del proprio nemico. La sinistra ha deciso di difendere Ranucci anche a costo di subire un processo di mitridatizzazione? Si accomodi. Allo stato delle indagini sono già emersi dati di fatto che orienteranno l’opinione pubblica nell’ esprimere un giudizio pertinente nei confronti di un giornalista di inchiesta che non si accorge di quanto accade sotto il suo naso, rivelando così – ammesso e non concesso che non sia colluso – di essere almeno un po’ pirla.
Ci sono poi dei corollari che descrivono il personaggio.
Come si è permesso Sigfrido Ranucci di paragonare lo squallore di chi è vittima di attentati dimostrativi con il martirio di Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino? E quale opinione si può avere di un personaggio che tenta di salvare il posto con la minaccia del ricatto attraverso la diffusione delle chat in suo possesso? Dimostrando così la natura dei rapporti e della raccolta delle notizie che sono alla base della trasmissione. In tale contesto, si è contraddistinto Marco Travaglio risalendo ad uno degli argomenti che crearono problemi a Giovanni Falcone in certi ambienti della magistratura: la collaborazione con Claudio Martelli ministro della giustizia del governo Andreotti.
Frequentare Valter Lavitola ed intrallazzare con la sua corte è un altro paio di maniche rispetto allo svolgere un ruolo istituzionale affidato, per legge, ad un magistrato. Poi occorrerà prima o poi chiarire le responsabilità effettive di Giulio Andreotti mai accertate e confermate da sentenze della magistratura. Andreotti è stato il solo esponente Dc il cui esecutivo ha avuto, dopo il 1947, l’appoggio del Pci di Enrico Berlinguer (quello della ‘’diversità’’ dei comunisti) durante la prima Repubblica. Ha affrontato giudizi con accuse infamanti difendendosi nei processi ed uscendone assolto. Non è mai stato sfiorato da pratiche di finanziamenti illeciti.
Tornando al caso Lavitola/Ranucci, è interesse della maggioranza di destra evitare un’accesa politicizzazione. La procura di Roma è molto prudente nel chiamare in causa il conduttore; sente su di sé il peso di un’opinione pubblica sobillata e di un sistema di potere che difende Ranucci oltre ogni ragionevole dubbio. Saranno le indagini – compiute secondo tutte le garanzie – a sgretolare l’immagine dell’eroe senza macchia e senza paura. Scriveva Andrè Gide di non aver mai conosciuto un ladro che fosse anche moralista, mentre tutti i moralisti a lui noti erano anche ladri.
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