Diciamoci la verità: lo stato dell’arte dell’inchiesta sull’attentato dinamitardo a Sigfrido Ranucci era diventato insostenibile per la Procura di Roma. Gli inquirenti avevano agito con grande efficacia scovando i presunti bombaroli e associandoli alle patrie galere; poi erano risaliti al mandante, Valter Lavitola, per il tramite di un gigante nero – un sosia di Lothar, l’assistente del mago Mandrake del fumetto, incaricato di arruolare i dinamitardi invero un po’ pasticcioni – riparato in tutta fretta in Camerun.

Un’operazione brillante, non c’è che dire. Ma tutto si era fermato nel momento in cui erano emersi i legami di collaborazione e di amicizia tra il faccendiere e il giornalista/conduttore. Tanto che il secondo si era incaricato di difendere il primo. Così il sospetto mandante di un attentato (non ancora qualificato come “dimostrativo”) ha circolato per settimane in libertà, senza che si svolgessero i passi consueti nel proseguimento delle indagini nei suoi confronti e del transfuga in Camerun.

A questo punto, gli inquirenti si saranno chiesti che fare dell’inchiesta: ammettere di essersi sbagliati e chiedere l’archiviazione oppure dar corso a quegli atti (l’arresto di Lavitola e del suo guardaspalle) che non potevano restare sospesi, vista la gravità delle accuse, con tutto quel che segue come indicato nell’ordinanza (il pericolo di fuga e la manomissione delle prove) sulla custodia cautelare nel carcere di Rebibbia. L’ipotesi che l’attentato fosse il frutto di un accordo fraudolento tra Ranucci e Lavitola va dimostrata con solide prove, evitando lo sbrigativo e allusivo metodo Report.

Si ha l’impressione, però, che sia tuttora schierata una linea di difesa a oltranza del noto conduttore televisivo, anche se dopo l’arresto di Lavitola è stata costretta ad arretrare e ad attestarsi su argomenti ancora più fragili. Sostenere che tutta la messa in scena sia farina del sacco del faccendiere all’insaputa dell’amico giornalista e che il movente si iscriva in un disegno appartenuto al solo mandante: fare carriera all’ombra di Ranucci una volta disceso folgorante in soglio in politica sarebbe un’operazione simile (nella vergogna codina) a quella che portò la maggioranza di centrodestra nella XVI legislatura a votare un odg alla Camera nel quale si riconosceva la buona fede di Silvio Berlusconi nel ritenere che Ruby Rubacuori fosse nipote di Mubarak.

Vi sono ragioni misteriose per preservare Sigfrido Ranucci nel ruolo di chi svela di quali lacrime e di che sangue grondi lo scettro dei governanti di destra? Di giornalista al di sopra di ogni sospetto? Attenzione, però: Valter Lavitola non è Primo Greganti. Messo alle strette potrebbe parlare.  Quanto a Elly Schlein – che in un vertice internazionale dei progressisti affermò che la libertà di stampa era a rischio con la destra al governo – vorrà precisare che l’attentato a Ranucci era “dimostrativo”?