La Direzione metropolitana del Partito democratico ha approvato all’unanimità la relazione del segretario Alessandro Capelli: primarie di coalizione, regole più rigide per contenere le autocandidature, perimetro allargato fino a M5S e Rifondazione, tavolo con gli alleati a settembre. Pochi giorni dopo, dall’altra parte dello schieramento, l’eurodeputata Silvia Sardone — che le primarie interne della Lega le ha vinte — ha proposto primarie di coalizione anche nel centrodestra.

Le due coalizioni milanesi non condividono niente ma vivono entrambe la necessità o la tentazione del ricorso allo strumento per uscire dall’ingorgo, che ha numeri ormai da capogiro: una dozzina di aspiranti sindaci nel centrodestra, quasi altrettanti nel centrosinistra, tra dichiarati e non.

Lo stesso Beppe Sala ha espresso un criterio- per la sua parte – che la dice lunga: se non emerge un nome capace di unire spontaneamente la coalizione, il passaggio dalle urne diventa inevitabile. Si voterebbe, insomma, perché non si riesce a decidere.
Per capire giova tornare al 14 novembre 2010. Giuliano Pisapia, un passato in Rifondazione, batte Stefano Boeri, l’architetto indicato dal Pd: 45,36 per cento contro 40,16. Votarono in 67mila, quindicimila meno del 2006. Sei mesi dopo sedeva a Palazzo Marino. L’elettorato di coalizione ribaltò la scelta del partito maggiore, e ne uscì una stagione di governo che nessuna segreteria aveva progettato. A Milano le primarie hanno funzionato davvero una volta sola, e contro chi le aveva organizzate.

Nate a metà degli anni Duemila per portare gente ai gazebo e legittimare una leadership davanti al proprio campo, ritornano nel 2026 con una funzione rovesciata. Nessuno si attende entusiasmo. Ci si attende un verdetto che nessuno debba firmare: un arbitrato tra veti incrociati, delegato agli elettori perché i gruppi dirigenti non riescono a esercitarlo.

Il vincolo, però, non è soltanto politico. Lo statuto del Pd prevede che, in caso di primarie di coalizione, l’iscritto che intenda candidarsi raccolga la sottoscrizione di almeno il trentacinque per cento dei componenti dell’Assemblea del livello territoriale: una soglia che per pura aritmetica consente al massimo due candidature interne. Per sostenere invece un nome esterno al partito serve una deliberazione a maggioranza qualificata.

È qui che pesa la disponibilità dichiarata da Mario Calabresi, che al Pd non è iscritto. Appoggiarlo richiederebbe quel voto rafforzato, e difficilmente un profilo del suo standing accetterebbe di correre senza essere il candidato principalmente sostenuto dai democratici.
Il combinato disposto chiude una strada. Finora il Pd milanese ha potuto lasciar convivere le proprie sensibilità — Pierfrancesco Majorino, Anna Scavuzzo, Lorenzo Pacini presidiano posizioni diverse su urbanistica, sicurezza, rapporto con l’impresa — senza doverle mettere in ordine. Le regole non lo consentono: i posti sono due, e ogni assegnazione diventa una scelta di linea. Che non si esaurisce nella consultazione, perché vincola il partito per l’intera consiliatura successiva.

Selezionare chi governerà è la funzione più antica di un partito, e sono trent’anni che i partiti la esternalizzano: ai sondaggi, ai civici, ora di nuovo ai gazebo.Non tutti spingono. Il segretario milanese di Azione, Francesco Ascioti, teme una consultazione capace di dividere anziché ricomporre. Nel centrodestra si fa strada la via opposta, più sicura: la candidatura politica, costruita prima tra i partiti e poi presentata agli elettori. Il nome è quello di Maurizio Lupi, consigliere comunale a Milano dal 1993 e assessore allo Sviluppo del territorio nella prima giunta Albertini, gli anni della città policentrica, poi deputato e ministro.

La partita, in quel campo, ha in realtà una forma simile. Al di là dell’ipotesi remota di primarie di coalizione, la candidatura Lupi presuppone qualcosa di più della coesione: un centrodestra incardinato su un progetto moderato, e dunque una scelta di collocazione. Il passo indietro della Lega dal tavolo di Ignazio La Russa si spiega meglio così che con un veto personale. A settembre il Pd porterà il proprio progetto sulle regole. Il centrodestra ,per allora, annuncia chiarezza Poco più di un mese, probabilmente per fare l’unica cosa davvero utile: riavvolgere il nastro e ripartire dei programmi.