In Giappone è rientrata la doppia allerta tsunami. Sia quella che si temeva provocata dalla scossa di terremoto, sia l’altra legata allo sconquasso in Borsa. Ieri la piazza giapponese ha chiuso in forte perdita (-3,95% il Nikkei 225% e -2,85% il Nikkei 500). A scendere in maniera pesante sono state anche Taipei e Seul. Rispettivamente -4% e -11%. Visto così sembrava l’inizio del crollo di cui si parla da mesi.

Ma proprio perché lo tsunami è atteso da tempo, è difficile essere colti di sorpresa. Tant’è che il resto del mondo asiatico si è comportato in maniera discontinua. Hong Kong e Shanghai è come se non si fossero accorte di nulla. A sua volta, l’Europa è rimasta sulla linea del galleggiamento. Milano, dopo un’apertura positiva +0,21, si fa per dire, è andata sotto dello 0,03%. Attendista anche Wall Street. Il giornale va in stampa con i future sotto il +1%. Ma anche lì i semiconduttori scendono. Con Nvidia e OpenAI al centro della scena. Tutto coerente con il sud-est asiatico. Per le perdite. E con l’Europa. In termini di altri titoli.

Siamo in una fase multifattoriale. Piena di trimestrali Big Tech, decisioni della Fed, sviluppi geopolitici e poi a ridosso della pausa estiva. Gli investitori hanno bisogno di smaltire le esposizioni con maggiore volatilità e andare in vacanza con il giusto profitto. L’eventuale, ipotetica, auspicata – non si sa più come definirla – ripresa dei negoziati Usa-Iran ha ridimensionato le quotazioni di gas e petrolio. Il primo è sceso a 56 €/MWh, il secondo si è fermato intorno agli 80 dollari al barile. Sia il Brent, sia il Wti. A onor del vero, senza che il consumatore ne abbia beneficiato. Ma questo è un altro discorso.

Un tempo, nelle miniere si metteva un canarino per capire se ci fosse abbastanza ossigeno. Se quello moriva, erano problemi. Può essere che Seoul, Taipei e Tokyo siano state proprio questo? Ovvero dei canarini soffocati dalla bolla su Intelligenza Artificiale e microprocessori che sta per arrivare. D’altra parte, le tre le piazze sono letteralmente ingolfate di titoli tecnologici. Circa due settimane fa, Bank of America diceva che l’82% dei gestori considerava i semiconduttori il trade più affollato del mercato. In queste situazioni, la decompressione è fisiologica. Peraltro, la perdita del 13% di Samsung Electronics e SK Hynix ha trascinato il resto degli investimenti. In un momento di incertezza, basta un po’ di vento per gonfiare le onde. Si aggiunga poi la conferma dell’interesse di Pechino a scalare la filiera dei chip. Trend confermato da una serie di operazioni industriali nel territorio cinese, che andrebbero a rispondere alla richiesta di Xi Jinping di completare la neutralità tecnologica.

La caduta è stata selettiva, quindi. Però che resti un segnale. La corsa al digitale ha due elementi di debolezza: la non sufficiente offerta di infrastrutture fisiche, il finanziamento a debito per costruirle. I data center non sono abbastanza. E tanto meno lo è l’energia che li alimenta. Quindi se la bolla ci sarà, sarà per colpa di quei canarini finora trascurati. Sulle commodity non c’è spazio per distrarsi, come anche sui prodotti diretti al consumatore in finale. Ma su come questi vengano fisicamente gestiti e forniti, chi ci sta mettendo la testa?

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).