Una deriva inaccettabile
Ennesimo decreto sicurezza: norme illiberali come presa di posizione a episodi di cronaca
È in questi giorni in discussione al Senato per la sua conversione il Decreto-legge 24/02/2026. Si tratta dell’ennesimo pacchetto sicurezza che ormai il Governo sforna senza soluzione di continuità, di chiara e drammaticamente rivendicata impronta populista. Un insieme di norme illiberali, connotate da ipertrofia sanzionatoria, illusoria risposta a fenomeni sociali complessi da una parte, e simbolica presa di posizione a fronte di episodi drammatici di cronaca dall’altra. Questa volta, però, sono proprio le premesse a smentire qualsiasi utilità dell’iniziativa normativa. La stretta repressiva, infatti, riguarda fenomeni di marginalità sociale, i minori, i migranti in condizione di illegalità, il mondo carcerario, tutti ambiti sui quali si è intervenuti con i precedenti Pacchetti Sicurezza, quattro di questo ultimo Governo, da quello contro i rave al Decreto Cutro, al penultimo con la criminalizzazione della resistenza passiva in carcere. Le nuove norme contengono ulteriori inasprimenti a riprova del fatto che, quando si imbocca la strada del populismo, questa non ha mai fine. Ancora una volta siamo di fronte a norme bandiera che evocano esse stesse drammatiche condizioni di insicurezza che non corrispondono alla pure complessa realtà dei rapporti sociali. Iniziative come queste sono una costante della storia repubblicana, a tutte le latitudini e a opera di diverse maggioranze parlamentari, ma qui impressiona la continuità e il disinteresse per le garanzie costituzionali.
Con il fermo preventivo che consegna all’Autorità di Pubblica Sicurezza il potere di trattenimento in assenza di condotte costituenti reato, si è andati ben oltre le previsioni della famigerata Legge Reale degli anni ’70, passando dalle perquisizioni di edifici, direttamente alla limitazione dei diritti personalissimi della persona. Con la legislazione di urgenza si sono introdotte nuove fattispecie penali che hanno l’unico scopo di prevedere inutili aggravamenti sanzionatori e limitare le prerogative del Giudice nell’individuazione in concreto della pena da comminare. È il caso, ad esempio, della nuova fattispecie di rapina aggravata in danno di portavalori, in relazione alla quale, peraltro, non sarà semplicissima l’attività di ricostruzione dei relativi elementi costitutivi.
Le norme di iniziativa governativa prevedono il potenziamento della rete dei CPR (i Centri di detenzione dei migranti “irregolari”); prescrivono addirittura un obbligo di cooperazione da parte degli internati quanto alla loro identificazione e alla loro condizione, prevedendo conseguenze sul piano amministrativo a fronte di un loro eventuale contegno passivo. Si privano le persone rinchiuse nei Centri del gratuito patrocinio legale per l’assistenza nelle procedure di impugnazione nei provvedimenti di trattenimento e di espulsione. Per gli Agenti di Polizia, a fronte di una immediata “valutazione” sulla sussistenza di cause di giustificazione del loro comportamento oggetto di indagine, si prevede un’iscrizione in deroga alle regole ordinarie in un nuovo apposito registro. È stupefacente, poi, quanto riservato alla condizione minorile, con i suoi aspetti di enorme complessità e invece ridotta a un problema di ordine pubblico.
Continuare a erodere garanzie e diritti della persona non risolve alcun problema sociale né di ordine pubblico, ma semplicemente alimenta nuove forme di ingiustizia. Forse un diverso risultato referendario, oltre a realizzare una riforma ordinamentale decisiva per le sorti del giusto processo, avrebbe indotto nei governanti un approccio più equilibrato sui temi del diritto penale e della sicurezza. Sappiamo com’è andata. Ma se c’è ancora un’anima liberale, democratica, che perora una concezione del diritto penale come ultima ratio, che ha a cuore i diritti fondamentali di libertà, ovunque si collochi in Parlamento, si faccia ora avanti e rivendichi questo quadro valoriale. Vale la pena ricominciare da qui. Buona lettura.
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