Mentre i negoziati tra Stati Uniti e Iran si trascinano tra sospensioni, colpi di scena e minacce reciproche, e mentre lo Stretto di Hormuz torna al centro dell’attenzione globale per il rischio di nuove crisi energetiche, c’è un aspetto che rischia di essere cancellato dal dibattito: il prezzo umano che continua a pagare la popolazione iraniana. Non possiamo permettere che il calcolo geopolitico e l’ego dei potenti cancellino il ricordo e la responsabilità verso chi, dentro l’Iran, ha pagato e paga ancora con la vita il prezzo di un regime che reprime senza pietà. Negli ultimi mesi, tra le proteste di fine 2025 e l’escalation bellica del 2026, migliaia di iraniani sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. Esecuzioni politiche e legate alle proteste continuano a ritmo sostenuto. La guerra stessa ha colpito duramente i civili: strike hanno raggiunto scuole, ospedali e aree residenziali, con decine di bambini tra le vittime. In mezzo a tutto questo, c’è una generazione di giovani (donne in prima linea) che ne è la prima vittima e che ha continuato a sperare. Ha guardato all’Occidente, agli Stati Uniti e a Israele non come nemici astratti, ma come possibili alleati nella lotta per la libertà. Israele, in questo quadro, sta facendo un “lavoro sporco che fa per tutti noi” come ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ma che nasce da un’esigenza vitale di sicurezza.

Teheran ha fatto dell’eliminazione di Israele uno dei pilastri della sua politica estera, finanziando e armando proxy come Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza per colpire lo Stato ebraico e destabilizzare l’intera regione. Per l’Iran, Israele è il “piccolo Satana”. Per Israele, invece, si tratta di difendere la propria esistenza contro un regime che non nasconde il proprio obiettivo. Le operazioni israeliane in Libano possono essere lette, in questa prospettiva, come una guerra di liberazione del Libano stesso da Hezbollah, un’organizzazione terroristica che ha di fatto sequestrato lo Stato, trasformandolo in una base di lancio contro Israele e opprimendo la popolazione libanese. Analogamente, la situazione a Gaza è stata a lungo dominata da Hamas e vedrà la luce solo alla sua scomparsa. Lo stesso Iran, prima o poi, potrà e dovrà liberarsi dalla teocrazia sciita che da decenni opprime il suo popolo, reprime le donne, uccide i dissidenti e usa il Paese come base per esportare instabilità in tutto il mondo. In questo scenario complesso, Trump sembra approfittare proprio della necessità vitale di Israele di eliminare le minacce alla sua esistenza. Lascia che sia Netanyahu a portare avanti le operazioni più dure e a farsi carico dell’odio del mondo, mentre lui si presenta (da falco che era) come il presidente americano mediatore e moderato: quello che ferma i raid su Beirut, parla con Hezbollah, ritarda gli attacchi e tiene in mano la bozza di un accordo.

Un accordo frettoloso o un’intesa (per il consenso della base elettorale e per i midterm) che lasci sostanzialmente intatto l’apparato repressivo del regime (con le sue esecuzioni, le sue prigioni, il suo controllo sulle donne e sulla società) peserebbe sulla coscienza di chiunque lo sottoscriva. Non si può parlare di “pace” o di “fine delle ostilità” se questo significa semplicemente congelare lo status quo per chi vive sotto quel sistema. La storia è piena di lezioni simili. Ogni volta che una popolazione ha creduto nella libertà, ha alzato la testa e ha guardato all’Occidente come a un faro e poi è stata abbandonata a sé stessa, i “nuovi padroni” si sono rivelati più crudeli degli antichi. I curdi, certi popoli arabi dopo le Primavere, e oggi gli iraniani, il copione si ripete. Parlare solo di Hormuz, di barili di petrolio e di equilibri regionali significa tradire proprio quelle persone che, nonostante tutto, continuano a sperare. Significa ridurre una tragedia umana a una partita a scacchi tra potenze. Significa dimenticare che dietro ogni cifra sui prezzi del greggio ci sono volti, nomi, famiglie distrutte e popoli interi che attendono ancora la loro liberazione. Un accordo vero, se deve esserci, non può prescindere dalla giustizia per le vittime e da garanzie concrete per chi, dentro l’Iran, sogna ancora un futuro diverso. Altrimenti sarà solo un’altra pagina di cinismo internazionale, scritta sulle spalle di chi ha già pagato troppo.