La nuova tensione sui carburanti mostra una contraddizione evidente della politica energetica italiana. Proprio mentre il Governo valuta un nuovo intervento per contenere i prezzi di benzina e diesel – dopo il confronto del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso con le principali compagnie petrolifere e con l’ipotesi di nuove misure all’esame del Consiglio dei ministri – riemerge una questione strutturale: ogni volta che il prezzo dei carburanti aumenta, la risposta è emergenziale. Tagli fiscali, proroghe, interventi temporanei. Quando invece si tratta di costruire un’alternativa alla dipendenza dal petrolio, il Paese rallenta.

Se in una fase di shock geopolitico come la recente crisi di Hormuz è giusto sostenere famiglie e imprese, è altrettanto necessario dare piena attuazione alle politiche che puntano a diversificare il mix energetico della mobilità e ridurre l’esposizione alle crisi petrolifere.
I tagli generalizzati alle accise costano molto, favoriscono soprattutto chi consuma più carburante e non risolvono il problema di fondo. Sono una risposta immediata, ma non modificano la vulnerabilità del sistema. Intanto il mercato sta già mandando un segnale diverso: sempre più automobilisti guardano all’auto elettrica non solo come scelta ambientale, ma anche come forma di tutela economica rispetto alla volatilità dei combustibili fossili. La convenienza è evidente per chi può ricaricare a casa o sul luogo di lavoro. Nei viaggi lunghi, però, gli utenti chiedono soprattutto una rete autostradale affidabile: fermarsi, ricaricare in venti minuti, bere un caffè e ripartire. È questa la condizione necessaria per trasformare la mobilità elettrica in una scelta accessibile a tutti.

Il quadro normativo esiste già. Dal 2020 i concessionari autostradali hanno l’obbligo di dotare le proprie tratte di infrastrutture di ricarica ad alta potenza, cui si aggiungono gli obiettivi fissati dal regolamento europeo AFIR per i principali corridoi della rete transeuropea.
L’Italia, però, procede troppo lentamente. Oggi solo circa la metà delle aree di servizio autostradali dispone di punti di ricarica e appena il 20% delle installazioni è stato assegnato attraverso procedure competitive. Il problema non riguarda soltanto il ritardo infrastrutturale, ma anche la concorrenza, l’accesso al mercato e la piena applicazione degli obblighi previsti dalla normativa. Negli ultimi anni alcune gare hanno dimostrato che gli operatori sono pronti a investire, ma si tratta ancora di iniziative isolate rispetto alle esigenze della rete nazionale. Una situazione che produce effetti anche su un altro settore strategico: il turismo. L’Italia ambisce a essere una delle principali destinazioni europee, ma rischia di diventare meno attrattiva per una quota crescente di visitatori che viaggiano con veicoli elettrici e si aspettano infrastrutture diffuse lungo i principali assi autostradali.

La ricarica non è un servizio accessorio. È un’infrastruttura strategica che rafforza la competitività del Paese, sostiene logistica e turismo e aumenta la resilienza del sistema energetico. Per questo servono procedure aperte e competitive, capaci di favorire nuovi investimenti, migliorare la qualità del servizio e offrire maggiori benefici ai consumatori. L’eventuale nuovo intervento del Governo sui carburanti può rappresentare una risposta necessaria nell’immediato, ma non può diventare l’unica politica. Continuare a rincorrere ogni crisi petrolifera con misure fiscali temporanee significa restare esposti agli stessi rischi. Accelerare lo sviluppo della ricarica ad alta potenza sulle autostrade, dando piena attuazione alle norme già esistenti, significa invece costruire una risposta strutturale. La differenza è semplice: una politica rincorre il prossimo shock, l’altra rende il Paese meno vulnerabile quando quello shock arriverà.

Simone Saccani

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