Non sono mai stato un fan delle primarie. Non le ho mai considerate un dogma. Quasi infallibile e, di conseguenza, intoccabile. E questo per la semplice ragione che arrivo da una tradizione politica e culturale che ha sempre esaltato la centralità e l’importanza della politica rispetto a qualsiasi forma organizzativa. Anche la migliore. Certo, “pensiero e azione” è uno slogan che ha sempre caratterizzato il percorso concreto del cattolicesimo popolare e sociale nella vita politica italiana. Ma è altrettanto indubbio che la politica ha sempre avuto il sopravvento. E quindi il ruolo della guida politica dei rispettivi partiti era la precondizione essenziale per dare credibilità alla politica da un lato e autorevolezza ai gruppi dirigenti dall’altro. Due condizioni decisive per evitare che la politica ceda il passo agli umori della pubblica opinione o ai marchingegni organizzativistici. Anche perché proprio sul capitolo, sempre delicato e complesso, della selezione della classe dirigente si misura la credibilità dei gruppi dirigenti dei partiti.

Certo, le primarie non c’erano quando esistevano i partiti democratici, popolari e di massa; non venivano richieste quando i gruppi dirigenti dei partiti erano fatti da leader e da statisti e, in ultima istanza, le primarie non venivano invocate quando i suddetti gruppi dirigenti si assumevano direttamente la responsabilità di sciogliere i nodi riconducibili alle scelte più difficili e delicate. Cioè, per fare un esempio, a chi doveva guidare di volta in volta le coalizioni. Per il partito, quando è uno strumento politico democratico, partecipativo e collegiale, erano i congressi che liberamente e democraticamente eleggevano i gruppi dirigenti. Ora, senza entrare nelle vicende – intricatissime e misteriose – che regolano il cosiddetto campo largo, è indubbio che c’è una domanda a cui non possiamo non dare una risposta quando si parla di riproporre il dogma delle primarie come panacea di tutti i mali e soluzione miracolistica di tutti i nodi. E cioè, detto con parole semplici e comprensibili, chi oggi nella coalizione di sinistra e progressista ha la forza politica, e anche il carisma, per proporre una soluzione per scegliere la guida dell’alleanza senza ricorrere alle fatidiche primarie?

Pongo questo problema non perché sono interessato alle vicende del campo largo – di cui, come ovvio, non faccio parte – ma per la ragione che proprio attorno alle primarie si gioca parte della credibilità, del prestigio, del ruolo e della funzione della politica nel nostro Paese. E quando parlo della politica parlo, soprattutto, della qualità e dell’autorevolezza dei gruppi dirigenti dei vari partiti. Perché questa era, e resta, una delle precondizioni essenziali per la qualità e l’autonomia della politica. Non si recupera credibilità e ruolo se si continua a privilegiare la cultura della delega. Nel caso specifico, ricorrere sistematicamente alle primarie ogniqualvolta si presenta l’appuntamento della scelta delle classi dirigenti ai massimi livelli.

Certo, per poter assolvere a questo compito sono necessarie e indispensabili due condizioni: avere una vera e credibile democrazia dei partiti da un lato e, soprattutto, garantire una credibile e seria democrazia nei partiti dall’altro. Due condizioni senza le quali non è possibile affrontare seriamente il capitolo della selezione democratica delle classi dirigenti. Ecco perché, proprio parlando delle primarie, siamo quasi costretti a prendere atto che in gioco non c’è soltanto la scelta di un potenziale capo della coalizione di uno schieramento politico ma, soprattutto, il ritorno – o meno – del ruolo della politica, dei partiti e della stessa qualità delle rispettive classi dirigenti.