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Legge elettorale, il Melonellum alla fine andrà in porto. Ma c’è l’8% di Vannacci da arginare
Il Melonellum alla fine andrà in porto, perché è evidente che il centrodestra non intende azzerare il percorso che ha già condotto al primo sì della Camera lo scorso luglio. Ma quante contorsioni e quanti ripensamenti. Dalle preferenze prima cadute e poi reintrodotte con l’emendamento presentato a Palazzo Madama, al ballottaggio, inizialmente inserito nel testo, successivamente espunto dalla seconda versione, e ora al centro di dubbi e tensioni interne alla maggioranza.
Il tutto nasce dal progetto di vincere le elezioni del 2027 con una nuova legge elettorale che, a differenza del Rosatellum attualmente in vigore, eviti il rischio del pareggio dopo i buoni risultati del centrosinistra nelle Regioni in cui si è votato tra il 2025 e il 2026, ma che via via si è rivelata insufficiente davanti all’arrivo di Vannacci. Con la conseguenza che il centrodestra è ancora alla ricerca di una soluzione tecnica che consenta di arginare soprattutto l’avanzata di Futuro Nazionale.
Ma se il limite fosse quello di affidarsi all’ingegneria elettorale, come una panacea che dovrebbe risolvere problemi di natura prettamente politica? Visto che non c’è certezza neppure sugli effetti del ballottaggio, con il pericolo di un boomerang per il centrodestra, la controffensiva, rispetto a uno scenario che i sondaggi disegnano perdente per Giorgia Meloni e i suoi alleati, dovrebbe passare attraverso il recupero del primato della politica. Va riconosciuto che la coalizione di governo perde consensi a destra, con Vannacci che – in base alle ultime rilevazioni – raggiunge quasi l’8% e con un calo di consensi non solo della Lega (quello più consistente) ma anche di Fratelli d’Italia, mentre Forza Italia sostanzialmente tiene, a dimostrazione che non sono i voti centristi ad andare via. Semmai non aumentano.
La sicurezza – tema identitario dei “conservatori” – è un po’ il tallone d’Achille del governo. Non basta esporre le statistiche per rassicurare l’opinione pubblica quando si vede nettamente cosa avviene nelle città. È un tema sul quale la destra vannacciana – che non a caso candida un militare alle prossime elezioni amministrative di Milano, indicando un “modello” esportabile – può facilmente fare leva. Non basta neppure approvare nuove norme, se poi le Forze dell’ordine soffrono per risorse e mezzi scarsi: si avvicina la nuova legge di bilancio e qualche segnale dovrebbe arrivare da lì.
C’è un tema sul quale, invece, il centrodestra deve difendere la linea, senza inseguire minimamente il partito del Generale. Sull’Ucraina non solo è saggio difendere le scelte di questi anni, particolarmente quelle che si sono tradotte in aiuti militari. Va anche detto con chiarezza che con Putin non si scherza e l’appeasement proposto di fatto da Vannacci va escluso nel modo più netto, pena il naufragio dell’intera politica estera italiana, che è il timore proprio di chi punta al pareggio tanto temuto da Fratelli d’Italia. Pareggio per evitare (la questione vale anche a sinistra) che una coalizione non omogenea sui rapporti con Putin possa produrre solo disastri.
Porre una linea di demarcazione con Vannacci sulla politica estera sarebbe rassicurante per l’elettorato moderato e per gli ambienti internazionali che guardano con ansia alle elezioni politiche italiane del prossimo anno. Fare chiarezza vorrebbe dire indicare con fermezza qual è la direzione che si intende seguire, spiegando apertamente che altrimenti si fa solo il gioco dello zar.
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