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Campo largo, il dilemma delle primarie per scegliere il leader: perché possono spaccare la maxi-coalizione
Come risolvere l’attuale principale snodo nei rapporti tra i partiti del cosiddetto campo largo, quello delle primarie? In generale, si tende a suddividere le primarie in due grandi tipi: mobilitanti e competitive. Sono del primo tipo quelle che vengono effettuate non tanto per scegliere il leader, che è già designato in largo anticipo, quanto per coinvolgere il maggior numero di elettori di quella parte politica, per stimolare sostanzialmente la massima partecipazione. È stato questo il caso di Prodi nel 2006 e di Veltroni nel 2008; in entrambe le situazioni, esisteva un accordo preventivo per quella persona, accordo ratificato poi da un’ampia mobilitazione del voto popolare.
Il secondo tipo di primarie viene effettuato proprio per far scegliere il leader ai cosiddetti “selettori”, coloro cioè che selezionano la persona che guiderà la coalizione nella successiva campagna elettorale. Sono proprio in questo secondo tipo che si annidano i problemi attuali nel campo dell’opposizione, poiché non è sempre certo che chi si è mobilitato per il “perdente” della competizione si adegui facilmente nel sostenere il vincitore. Sono state primarie competitive quelle del 2005 in Puglia, tra Vendola e Boccia: il rappresentante di Rifondazione Comunista vinse, contro tutti i pronostici, battendo il candidato dei Democratici di Sinistra con il 50,9% dei voti, una vera inezia, e fu poi addirittura in grado di vincere anche le elezioni pugliesi contro il candidato di centro-destra, tra la sorpresa ancora più generale. Lo stesso accadde a Milano nel 2011: Pisapia, vicino alla Sinistra, batté di poco Boeri, candidato più moderato sostenuto dal Pd, vincendo poi anch’egli inaspettatamente contro il sindaco uscente del centro-destra, Letizia Moratti.
È possibile dunque scongiurare una comprensibile ritrosia dell’elettore deluso dalla sconfitta a votare per il compagno/avversario vincente, ma dipende molto da quale sia il tipo di elettorato “sconfitto”. Se è nelle sue corde la forte volontà di sconfiggere il “nemico” purchessia, e se si sente di appartenere comunque alla stessa area di riferimento, non si asterrà dal dare il proprio appoggio. Ma il caso odierno è piuttosto particolare, perché la compresenza del Pd e del M5s nella medesima coalizione è un fatto inedito, mai accaduto in nessuna delle precedenti elezioni politiche; anzi, “l’amicizia” tra queste due forze politiche non è particolarmente intensa. Essendo dunque l’elettorato del Movimento 5 stelle relativamente distante da quello del Partito Democratico, può accadere che nel caso vinca Schlein non tutti tra i pentastellati condividano quella leadership, preferendo piuttosto astenersi. E viceversa, tra l’elettorato dem, in caso di vittoria di Conte.
Comportamenti questi che, almeno in parte, vengono suffragati da alcune recenti indagini demoscopiche, le quali sottolineano una certa distanza tra i due elettorati, oltre che per posizioni differenti su alcune tematiche (come il sostegno militare all’Ucraina), anche per una certa scarsa affinità tra di loro. Ecco il motivo per cui il dibattito sulle primarie è in queste settimana così intenso: il rischio, per la coalizione di opposizione, è quello di non riuscire, adottando una specifica scelta preventiva, di convogliare e coinvolgere tutti i diversi elettorati nel voto per quella coalizione. Lasciando infine campo libero per altri 5 anni di Giorgia Meloni.
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