L'editoriale
Conte il trasformista, sale anche sul treno woke
Prima l’intervista di Meloni al New York Times, poi l’articolo di Conte sulla cultura woke. Fra pacifismo assoluto, rifiuto di ogni aiuto militare alla Ucraina e le polemiche conseguenti è stata messa molta carne al fuoco. Comunque un primo risultato è stato ottenuto: la grottesca vicenda Ranucci-Lavitola è stata per qualche giorno accantonata.
Giorgia Meloni, se avesse voluto, avrebbe potuto trarre dal repertorio del decisivo revisionismo messo in campo da Gianfranco Fini alcune frasi assai importanti contenute nel documento finale di Fiuggi: “È giusto chiedere alla destra italiana di affermare senza reticenze che l’Antifascismo è un momento essenziale per il ritorno ai valori democratici che il Fascismo aveva cancellato”. Ma la Presidente ha preferito fermarsi a mezza strada. Il retroterra di Meloni è costituito da due vicende politiche concatenate: la sua militanza missina nella periferia di Roma e la successiva adesione al revisionismo di Fini. Senza queste due fasi politiche tra loro connesse l’operazione messa in campo da lei, Crosetto e La Russa non avrebbe avuto il respiro politico e culturale per decollare nel momento cruciale. Meloni preferisce sostituire ad un giudizio netto sul passato fascista, la sua esplicita adesione al moderno conservatorismo europeo “alla Scruton” che è comunque caratterizzato, per l’oggi, ad un consenso alla libertà e alla democrazia.
Ciò può avvenire con qualche credibilità perché – pur essendo molte le critiche che si possono fare a questo Governo e alle varie componenti del centrodestra – quello che è certo è che esso non ha messo in atto alcun tentativo di riproposizione del Fascismo (ma nemmeno di un moderno autoritarismo). A quest’ultimo proposito fa testo la profonda differenza fra l’attuale vicenda italiana e quello che Trump sta combinando negli USA con il tentativo di far saltare l’equilibrio dei poteri che finora ha caratterizzato la democrazia americana. In ogni caso per eliminare dal campo ogni possibile equivoco, il Fascismo non può che avere un giudizio globalmente negativo, dal 1920 fino alla sua tragica conclusione nel 1943-45.
Ciò detto, va fatta una domanda a coloro che hanno “impiccato” Meloni per la sua ambiguità nel giudizio storico: qual è il vostro giudizio sull’altra grande esperienza totalitaria del Novecento che è quella del comunismo al potere, dalla Russia alle conquiste dell’Armata Rossa in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Albania? Siete d’accordo nel condannare i due totalitarismi del secolo XX, cioè il nazifascismo e il comunismo staliniano, molto diversi ma anche simili nella loro sistematica distruzione degli avversari attraverso l’uso della violenza?
Veniamo, invece, all’exploit di un grande artista del trasformismo qual è ancora una volta Giuseppe Conte. Con il suo geniale articolo su Repubblica Conte ha preso due piccioni con una fava. In primo luogo ha “fatto l’Americano” nel senso che ha colto al volo la tendenza autocritica di una parte della sinistra del Partito Democratico per ridimensionare la cultura woke e per rilanciare dal nulla la cultura laburista, socialdemocratica e riformista: quella fondata sulla triade casa-scuola-ospedali con in più la proposta di una politica economica che cerca di fare i conti con le diseguaglianze sociali prodotte dagli eccessi di finanziarizzazione della economia capitalista. Conte, però, non si è fermato qui: ha colto l’occasione per riproporre il suo pacifismo, il suo rifiuto del riarmo, e di qualunque sostegno alla Ucraina.
Per uno scherzo del destino Conte ha fatto la sua sortita pacifista lo stesso giorno in cui Putin, parlando al congresso del suo partito personale, Russia Unita, ha fatto un discorso da guerrafondaio riaffermando la sua intenzione di radere al suolo l’Ucraina per costringerla alla resa, che è il modo per cui Putin sostiene che si può arrivare alla pace. L’incrocio tra questi due discorsi rappresenta una sorta di ora della verità. Purtroppo, al netto delle vicende grottesche come quella di Ranucci-Lavitola, la politica è una cosa seria, anzi nei suoi momenti fondamentali (vedi l’aggressione della Russia alla Ucraina) raggiunge un alto livello di drammaticità.
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