Non vorrei apparire un seguace di Giuseppe Conte, anche perché non lo sono. Né di Bonelli o Fratoianni. O della signora Schlein. Soprattutto perché la questione del riarmo europeo nulla ha a che vedere con asili od ospedali. Non si tratta di chiedere quanti nosocomi si possono aprire con il 2,8% del Pil (tale è la quantità delle risorse che l’Italia ha vincolato alla produzione di strumenti di difesa, armi, infrastrutture connesse, cybersicurezza, etc.); vorrebbe dire trasformare una questione di interesse strategico – nazionale, europeo, mondiale – in un argomento da “campagnuccia” elettorale. La vera domanda, anche se accantonata, sottratta al dibattito vero che meritano le cose serie, serissime, è semplicemente questa: siamo sicuri che la strada del forsennato riarmo europeo sia quella giusta da imboccare?

Nel giro di soli tre anni, la spesa per la difesa dei Paesi dell’Unione Europea è passata da 262 a 344 miliardi di euro, con un aumento complessivo di circa il 31%. E al vertice Nato di Ankara questi stessi Paesi, almeno quelli aderenti al Patto Atlantico, si sono impegnati a destinare il 5% del loro Pil in armamenti e strumenti di sicurezza, entro il 2035.

Non vorrei apparire sprovveduto: so bene che c’è una guerra in Europa, ormai da quattro anni; ci sono le minacce russe a più di un Paese europeo per gli aiuti all’Ucraina; c’è una politica americana ondivaga, che mostra di volersi disimpegnare dalla Nato, o almeno così pare, seguendo le dichiarazioni di un presidente estemporaneo, minaccioso, orientato al conflitto – come si è visto nell’evoluzione della crisi in Medio Oriente – e nello stesso tempo più che attento (attentissimo) al suo vantaggio economico e finanziario squisitamente personale (+183% la crescita del suo patrimonio nell’ultimo anno di presidenza).

Di fatto il riarmo promesso dagli europei è in gran parte rivolto all’acquisto di produzione bellica statunitense, così come la crisi energetica scoppiata con il conflitto Usa-Israele-Iran, ha finito per avvantaggiare fortemente proprio gli Stati Uniti. E va tutto bene? Siamo convinti che il percorso sia ineluttabile e giusto? Prima di rispondere e di rispondermi, mi pare opportuno registrare poca discussione, poco confronto, poca riflessione seria sull’orizzonte bellico che si sta delineando con forza, sull’onda di autocrazie sempre più autoreferenziali, indotte a spegnere i metodi delle democrazie, considerandoli inadeguati ai tempi delle decisioni al nanosecondo, sull’onda del calcolo computazionale imposto dall’Intelligenza Artificiale.

Ci sono nodi da sciogliere, che non riguardano solo la vocazione pacifica (oltre che pacifista) – definita tale a livello costituzionale – del nostro Paese, ma attengono alla gestione continentale della difesa. Questi nuovi arsenali militari nazionali da chi e come saranno gestiti, in assenza di un organismo europeo sovranazionale in materia di difesa? I singoli Paesi si riarmano e poi – se non sotto l’ombrello Nato – vanno alla guerra (nel caso) in ordine sparso? Ma che senso ha tutto ciò?

Lo ripeto, una riflessione rivolta a verificare il “consenso politico” nel Paese su questi obiettivi, non può essere liquidata come una operazione che disturba il conducente. Nella metafora della guida si potrebbe rispolverare anche la frase di rito, di chi vuole sottrarsi a conseguenze non scelte, non discusse, oltre che non gradite: “Fermate il mondo, voglio scendere!”. So bene che non si può scendere, tantomeno in corsa; ma accanto “alle iniziative economiche, industriali, politiche e militari, è fondamentale promuovere e sostenere un dibattito pubblico informato, aperto e il più possibile rigoroso sul processo in atto. In assenza di una discussione consapevole – cito ancora i ricercatori di Ispi – il rischio non è soltanto quello di adottare scelte percepite come illegittime alla luce delle resistenze sociali, ma di compiere scelte sbagliate, inefficaci o difficilmente reversibili”. Se non ora, quando?