Esteri
La nuova dottrina di Trump sfida la Nato: usare il commercio come leva sugli alleati
Le parole contano. In politica internazionale, spesso anticipano le decisioni, talvolta le sostituiscono. Le dichiarazioni di Donald Trump al vertice Nato di Ankara contro la Spagna rappresentano un caso emblematico: il presidente americano ha evocato la possibilità di interrompere i rapporti commerciali con Madrid, collegando la minaccia alle divergenze sulla spesa per la Difesa e all’atteggiamento del governo spagnolo rispetto alle priorità strategiche di Washington. È un episodio che merita di essere analizzato senza cedere né all’allarmismo né alla superficialità. Perché una dichiarazione politica non equivale automaticamente a un embargo, ma nemmeno può essere liquidata come semplice provocazione. Produce effetti diplomatici, modifica gli equilibri negoziali e invia messaggi precisi agli alleati.
La Spagna è un bersaglio simbolicamente efficace. Non è il principale attore militare europeo, né dispone del peso economico della Germania o dell’autonomia strategica della Francia. Tuttavia occupa una posizione decisiva nello scacchiere euro-atlantico, ospita infrastrutture militari essenziali per gli Stati Uniti ed è governata da un esecutivo che negli ultimi anni ha mostrato maggiore cautela sia sull’aumento della spesa militare sia sul coinvolgimento nelle crisi extraeuropee. Trump utilizza dunque Madrid come esempio. Il messaggio è rivolto all’intera Europa: la sicurezza collettiva comporta responsabilità condivise.
Se Washington continua a sostenere il peso principale della deterrenza occidentale, gli alleati devono contribuire in misura maggiore sia sul piano finanziario sia su quello operativo. Il principio non è irragionevole. Da anni gli Stati Uniti chiedono agli europei un incremento degli investimenti nella Difesa. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, questa richiesta è diventata ancora più pressante. L’obiettivo del 5% del PIL destinato alla sicurezza rappresenta una sfida enorme, ma fotografa anche una realtà: la libertà europea ha un costo che non può gravare quasi esclusivamente sul contribuente americano.
Ciò non significa però che la leva commerciale possa trasformarsi nello strumento ordinario di gestione dei rapporti tra alleati. Qui emergono i limiti giuridici e politici della minaccia. Un blocco commerciale totale richiederebbe specifiche basi normative nell’ordinamento statunitense e dovrebbe confrontarsi con la competenza esclusiva dell’Unione europea in materia di politica commerciale. Colpire bilateralmente Madrid significherebbe inevitabilmente aprire un contenzioso con Bruxelles. Esiste inoltre un dato economico che invita alla prudenza. Gli Stati Uniti esportano in Spagna più beni di quanti ne importino. Un’eventuale escalation tariffaria produrrebbe effetti anche sulle imprese americane, sugli investitori e sulle filiere industriali integrate tra le due sponde dell’Atlantico.
Per questo è probabile che la minaccia resti soprattutto uno strumento negoziale. Ma sarebbe un errore sottovalutarne il significato strategico. Per la prima volta con tale chiarezza, il commercio viene evocato come leva per disciplinare il comportamento politico di un alleato Nato. Da liberali ed europeisti non si possono ignorare due esigenze complementari. La prima è rafforzare il pilastro europeo della Difesa, investendo realmente nelle capacità militari comuni e rispettando gli impegni assunti nell’Alleanza. La seconda è preservare il carattere cooperativo del rapporto transatlantico, evitando che divergenze politiche si trasformino in guerre commerciali.
L’Occidente resta più forte quando Stati Uniti ed Europa agiscono insieme. Mosca, Pechino e Teheran osservano con attenzione ogni frattura. Per questo il caso spagnolo non deve diventare il precedente di una Nato trasformata in un contratto commerciale, ma l’occasione per costruire un’Alleanza più equilibrata, più responsabile e, proprio per questo, più solida.
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