Non contano i fatti e i numeri
Adinolfi, quei tre zeri in più e l’alfabeto della giustizia sommaria: arresto, gogna e niente dubbi perché è tutto verosimile
Che libidine, intingere i titoli in questa roba! Ma fin qui saremmo alle solite. Del resto, anche uno che si veste in t-shirt può essere un ottimo truffatore. Nel caso di Mario Adinolfi, però, l’errore è un po’ più eclatante…
Nei processi mediatici, si sa, non contano i fatti e i numeri ma il fragore del potente che sprofonda. Se poi è un uomo che predica agli altri fede e morigeratezza, il piatto diventa ricchissimo.
Lo vedete il monaco? L’inflessibile censore dei costumi? Lingotti, orologi, quadri, yacht, viaggi in Egitto e alle Maldive. E il tutto come esito di una truffa ai danni di ingenui scommettitori, negli anni nominati in vario modo e di recente associati nientedimeno che al Cristo che Regna. Che libidine, intingere i titoli in questa roba! Ma fin qui saremmo alle solite. Del resto, anche uno che si veste in t-shirt può essere un ottimo truffatore.
Quei tre zeri in più
Nel caso di Mario Adinolfi, però, l’errore è un po’ più eclatante: tre zeri. Alcuni telegiornali, denuncia l’interessato, hanno rivelato che l’associazione “Cristo Regna” ha già raccolto tre milioni di euro. Ma nell’ordinanza ci sarebbe scritto tremila. Non è il solito refuso. Tre zeri di più trasformano un’iniziativa appena nata nella prova visibile che il “sistema Adinolfi” continua. Con tre zeri di meno, siamo alla colletta per il santo patrono.
Adinolfi e il romanzo criminale
La Procura di Roma, come è noto, gli attribuisce 20 anni di condotte illecite. Attraverso la “Scommessa collettiva” sarebbero stati raccolti oltre 4,7 milioni di euro da persone alle quali venivano prospettati rendimenti garantiti. Vengono contestate truffa, evasione fiscale, raccolta abusiva del risparmio e abusivismo finanziario. Non è materia per una solidarietà automatica né per un’assoluzione fra amici. È materia da processo. Adinolfi è invece già diventato il protagonista di una biografia truffaldina organica. L’ordinanza la disegna così: scaltrezza, pervicacia, spregiudicatezza, manipolazione della realtà, atteggiamento intimidatorio, pervasiva pericolosità sociale. Non viene soltanto descritta una presunta condotta illegale, viene costruito un tipo umano. Gli yacht, le Maldive e i lingotti fanno parte di questo romanzo criminale. Il profeta colto in fallo merita quindi arresto, perquisizione, braccialetto elettronico e titoli che suonano come sentenze anticipate. Perché può reiterare il reato. E i 3mila/3 milioni di euro servono a confermare il pericolo imminente.
Lui risponde di non essere mai stato in Egitto o alle Maldive, di non essere mai salito su uno yacht, di non avere mai posseduto quadri, lingotti o orologi. E che dopo 14 ore di perquisizione i finanzieri sono usciti da casa sua con due fogli e un bancomat. E qui dovrebbe sorgere una bellissima e dimenticata parola italiana: il dubbio. Quello di verificare le spese folli e i conti all’estero, le cifre vere, i viaggi e i raggiri. Ma, in fondo, perché verificare ciò che è già verosimile? Non è, l’imputato Adinolfi, giocatore reo confesso, reazionario conclamato e possibile alleato di Vannacci? Questo ci basta. È l’alfabeto della giustizia sommaria: prima l’arresto e la gogna, poi il personaggio che li giustifica. E che ora provasse a discolparsi, se ci riesce.
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