La redazione di Report è in rivolta? Minaccia di andarsene? Si risolve facilmente. Chi vuole andarsene deve prendere la casella Pec, scrivere cinque righe di volontarie dimissioni e uscire da via Teulada avendo prima l’accortezza di liberare le scrivanie e i cassetti dagli effetti personali.

Va ripristinata la normalità in un’azienda depredata da logiche spartitorie di correnti che non ricordano quelle dei partiti ma gli autoconvocati dei centri sociali. I dipendenti che vogliono decidere sono il risultato di un decennio vissuto da Report– dicono tra i corridoi di via Teulada – come una “repubblichetta indipendente”. Giorgio Mottola s’inerpica su vette inesplorate: «Sostituire Ranucci? Un colpo di Stato». Tipico di chi considera il proprio inespugnabile avamposto uno “Stato nello Stato”. Leonardo Sciascia ha scritto pagine irripetibili su un fenomeno, quello del micropotere di questo tipo, che purtroppo invece vediamo ripetersi. Eccome.

Il Ranucci-gate è ormai esploso e la vera bomba è a viale Mazzini. La redazione di Report ha proclamato lo stato di agitazione. In un comunicato, i giornalisti sostengono le rivendicazioni degli inviati, che hanno minacciato di lasciare la trasmissione. Attenzione, Report non è una testata e non ha un Comitato di Redazione, per contratto unico organo preposto alla divulgazione di comunicati. Dunque, un chiacchiericcio. Ma ad alto volume. «Report non può esistere senza i suoi inviati e senza la sua redazione, produzione, filmaker e montatori», affermano (sommando dipendenti, precari, partite iva e filmmaker esterni, pere e mele) e definendo la scelta sulla nuova conduzione «puramente politica». Sono i cooptati di Ranucci, i gratificati che mostrano gratitudine. Quel che rimane del ranuccismo militante – mentre lui dice di non escludere «l’impegno politico» – contesta anche di aver saputo del cambio di conduzione dalle agenzie di stampa. Cioè di essere stati trattati come tutti. Non sia mai.

Da qui la richiesta di essere coinvolti nelle «scelte aziendali» e l’avvertimento che le decisioni della Rai potrebbero «costringere a scelte lavorative diverse». Un brivido di paura in questa torrida fine estate. Eccoli ancora: «Se la proposta della Rai resterà questa, noi inviati d’inchiesta ce ne andremo in blocco. E senza di noi, Report non esiste più perché le inchieste le facciamo noi». Oltre ad un bacino di almeno cento giornalisti che la Rai ha già preselezionato negli anni.

La battaglia ha anche una sua madrina. Giulia Innocenzi, intervistata da Quotidiano Nazionale, chiede a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi di «mettersi una mano sulla coscienza», sostenendo che siano stati «usati» e auspicando un loro passo indietro. Innocenzi parla di «due battaglie»: quella legale di Ranucci e quella della redazione per «far sopravvivere Report a questo killeraggio politico». Non una parola, naturalmente, su Valter Lavitola, reo confesso di un attentato esplosivo. Non solo non ne fa menzione Giulia Innocenzi, ma lo stesso Ranucci, a quanto è dato sapere, non ha ancora depositato la propria costituzione di parte civile nel processo contro Lavitola. Come dire: c’è l’autore dell’attentato che si autoaccusa ma la vittima dell’esplosione non si associa alla denuncia. Una singolare prima volta nella storia processuale italiana. Torniamo alla Innocenzi. La giornalista conferma che la trattativa con la Rai è aperta (cambia i toni barricaderi del giorno prima, prendete nota) e annuncia un incontro con il direttore degli approfondimenti, Paolo Corsini.

La redazione aveva proposto una conduzione alternativa affidata a Giorgio Mottola e Giulio Valesini e un rafforzamento del format sul modello del giornalismo d’inchiesta internazionale. «Non sapevamo, però, che alle nostre spalle i giochi fossero già fatti», dice Innocenzi. D’altronde pose e posizionamenti stanno già cambiando. Sigfrido Ranucci ha capito di non essere più alla guida di alcunché. I distinguo tra i suoi ex accoliti si fanno sentire. In tanti hanno recepito con grande disagio la dichiarazione sui due giornalisti chiamati a succedergli («Mediocri». «Faranno il 3%»). Non si tratta solo di una caduta di stile professionale ma anche di una cifra del tratto umano che ha lasciato basiti perfino i sindacalisti UsigRai, ormai in grandi difficoltà nel prendere ancora le difese dell’ex conduttore.

Sul fondo resta poi la vicenda giudiziaria che riguarda lo stesso Ranucci. Restano in carcere i due uomini ritenuti gli esecutori materiali dell’attentato contro il giornalista Rai. Il gip di Roma Livio Sabatini ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai difensori dopo gli interrogatori. I due sono tra le quattro persone indagate per l’esplosione di una bomba carta all’esterno della proprietà dell’ex conduttore di Report.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.