Esteri
Putin apre a “colloqui di pace” con l’Ucraina ma continua a bluffare tra guerra ibrida e droni
C’è una guerra ibrida fatta di nuove tecnologie, che minacciano infrastrutture civili e militari, e un’altra che, in buona sostanza, è una campagna di propaganda che erode la solidità delle istituzioni politiche e condiziona l’opinione pubblica, convincendola che non c’è nulla da temere. No, non c’è nessuna guerra. Nell’ultima settimana, l’Europa è stata bersaglio di un attacco su entrambi i fronti. L’aeroporto di Lipsia, colpito appunto da un raid di droni, ha suscitato le più accorate preoccupazioni. Minore apprensione per l’intercettazione di velivoli simili nei cieli dell’Estonia. Forse perché i Paesi baltici, come altri dell’Est Europa, sono ormai usi a queste provocazioni di Mosca. Perché, sì, è di Mosca la firma.
Lato propaganda, invece, è l’Italia nell’occhio del ciclone. Dopo le ennesime provocazioni del Cremlino, il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in visita in Egitto ieri, si è trovato costretto a riflettere sulla situazione. «Il pericolo di tentativi di condizionamento delle elezioni nei Paesi europei è consistente e l’attacco della guerra ibrida è reale». Già il fatto che il numero uno della Farnesina, mentre è in missione presso il governo egiziano, debba spiegare la posizione che l’Italia ha con la Russia suggerisce come Mosca riesca a condizionare i Paesi europei senza, alla fine, investire troppe risorse. Tanto più che, mentre Roma si esprimeva con questi toni – anche Maurizio Gasparri (FI), presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato, osservava la superficialità dimostrata dall’ex premier, Giuseppe Conte, che ha negato le minacce russe – proprio Putin smorzava la tensione riguardo la guerra in Ucraina. «C’è la possibilità di colloqui di pace costruttivi con Kyiv», diceva al forum di Vladivostok.
D’altra parte, a osservare bene le cose, poche sono le novità. Ed è anche questo caratteristico del conflitto in corso. «Ormai ibrido ha preso il posto di quello che, fino a poco tempo fa, era occupato da un altro termine altrettanto inflazionato: resilienza», osserva Marco Lombardi, professore di Sociologia all’Università Cattolica di Milano e coordinatore di Itstime, il centro di ricerca dell’ateneo milanese specializzato in terrorismo e sicurezza. «Tendiamo a parlare di ibrido per qualcosa che non conosciamo. Al contrario, droni e propaganda fanno parte della quotidianità di guerra – perché in guerra ci siamo eccome! – ormai da anni». Lombardi non si dimostra sorpreso di quanto sta succedendo. «In parte è anche colpa dei media quella di tendere a disinteressarsi di questi fenomeni, salvo poi accorgersi troppo tardi della loro esistenza».
I droni sono strumenti ormai consolidati nel conflitto russo-ucraino, sempre più sofisticati, precisi, ma anche a basso costo. Mosca, Kyiv e Teheran stanno imponendo una nuova equazione alla guerra. Non basta abbattere mezzi nemici. Bisogna farlo senza dissanguarsi. Siamo di fronte a una generazione di intercettori da circa 5mila dollari al velivolo, semplici e replicabili in massa. Il problema è che nessuno, in Europa, si è ancora mosso né per difendersi né per contrattaccare. E mentre Mosca e Teheran continuano a essere le nostre minacce, l’Ucraina è la sola che combatte a nostro nome.
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