Se dovessimo cercare sul calendario il vero D-Day del governo Meloni, quel cerchiolino rosso cadrebbe dritto sul 28 settembre, e non serve essere grandi esperti della materia per capirlo. È la data in cui la legge elettorale approderà alla Camera dei deputati dopo un percorso a ostacoli non proprio esaltante.

Adesso, però, la resa dei conti si trasforma in un definitivo aut aut. Sul provvedimento di fatto verrà posta la questione di fiducia: se il testo passa, bene; altrimenti si rassegnano le dimissioni e si va dritti alle elezioni anticipate (nonostante l’intenzione del governo resti quella di portare a termine la legislatura). La stessa premier Meloni ha pronunciato parole molto nette sulla questione. Visto che allo scorso round alla Camera non è passato il testo contenente le preferenze – tra l’esultanza e gli abbracci fraterni della corazzata Potëmkin che già gridava alla mancata fiducia – ora la premier, raccogliendo la sfida, vuole affrontare a viso aperto il campo di battaglia (o, in questo caso, il campo largo), sgomberandolo da qualsiasi dubbio.

Sul nodo della legge elettorale, tuttavia, sembra che per ora tutto scorra liscio: dopo le consultazioni estive tra i vertici della maggioranza, anche gli esponenti della Lega inizialmente più recalcitranti sul tema preferenze sembrano essere rientrati nei ranghi. Attenzione però a una variabile di cui bisognerà tenere conto: la rivolta della fronda al femminile guidata da Elena Bonetti, che invita le donne di destra a sfruttare il voto segreto per sabotare la legge. Questa non è una battaglia dell’ultima ora: da tempo alcune esponenti della maggioranza e dell’opposizione si ribellano all’assenza dell’alternanza di genere nello Stabilicum. La presidente di Azione promuove così un appello sostenendo che questo governo “odi le donne” (dimenticando però di aver contribuito ad affossare in Aula uno dei sub-emendamenti dello stesso centrosinistra che prevedeva proprio la possibilità di inserire l’alternanza di genere).

Come se non bastasse, a scuotere l’opinione pubblica si è inserita anche l’approvazione, da parte del governo, dell’abolizione del bollo auto; mossa interpretata da molti come uno degli assi calati sul banco per riacquisire consenso elettorale dopo la frenata sul tema accise. E come un fiume in piena, se da un lato i liberali stappano la bottiglia buona conservata gelosamente nelle proprie cantine (ai quali si aggiungono i leghisti, che la definiscono una loro storica battaglia), dall’altro lato, dal campo largo, si sono alzate le voci più disparate (e, a tratti, disperate). Da Renzi sono giunte parole molto forti, con l’invito alla premier a “staccare dai social” e un sorrisino cordiale nel riconoscerle che, “se sul bollo ti va meglio, sono felice”.

A mostrare invece un certo gradimento per questa misura è il leader di Azione Calenda, che la ritiene più ragionevole rispetto alla diminuzione delle accise, che avvantaggerebbe “chi ha la supercar”, riconoscendo che gli sembra, ad ora, “un buon compromesso”. Decisamente più pungente è Marattin, che va di fioretto e mette il governo davanti a un dilemma: usare quel gruzzolo per cancellare per sempre il bollo o destinarlo al taglio delle tasse? Una scelta su cui chiosa con ironia: “Non vogliamo essere malfidati, ma siamo colti da un leggero sospetto”. Il D-Day è alle porte: tra ultimi calcoli e caccia agli indecisi, la campagna elettorale è già iniziata. A Palazzo Chigi non resta che pigiare sull’acceleratore ed evitare tranelli in Aula, con la promessa di restituire lo scettro ai cittadini. Primavera o meno, la resa dei conti è servita.

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Classe 2002, riformista per scelta e cattolica per formazione, nel solco di maestri come Sturzo, De Gasperi e La Pira. Ho fondato Orizzonte Giuridico, un’officina di pensiero nata per rimettere la cultura del diritto al centro del dibattito pubblico. Mi divido costantemente tra l’Italia e l’Albania, con tre chiodi fissi: il Diritto Costituzionale, i sistemi elettorali e le stanze del Vaticano.