La nuova legge elettorale
Le preferenze sono il cuore della rappresentanza: eletto ed elettore devono conoscersi
La legge elettorale non è soltanto una tecnica per distribuire seggi. È lo strumento attraverso il quale la sovranità popolare si traduce concretamente nella scelta dei rappresentanti. Per questa ragione, il dibattito sulla riforma della legge elettorale per la Camera e il Senato non può essere considerato una questione riservata agli addetti ai lavori o alle dinamiche interne ai partiti. È una questione che riguarda direttamente il rapporto tra cittadini e istituzioni. Personalmente, lo dico anche a partire dalla mia esperienza di amministratore e di consigliere comunale, eletto dai cittadini attraverso le preferenze. So cosa significa chiedere un consenso, incontrare le persone, ascoltarne le esigenze e assumere davanti agli elettori una responsabilità politica. Significa essere riconoscibile e riconosciuto come rappresentante della propria comunità.
L’eletto e l’elettore devono conoscersi. Questo dovrebbe essere uno dei principi fondamentali di qualsiasi sistema elettorale che voglia definirsi realmente rappresentativo.
L’emendamento approvato in Commissione al Senato, che supera il sistema delle liste integralmente bloccate introducendo le preferenze per una parte dei candidati, rappresenta certamente un primo passo nella direzione giusta. Il meccanismo prevede il mantenimento del capolista bloccato e la possibilità per gli elettori di esprimere fino a tre preferenze per gli altri candidati. Ma un primo passo non può diventare il punto di arrivo. La vera sfida deve essere quella di restituire integralmente agli elettori il diritto di scegliere chi li rappresenterà in Parlamento. Una preferenza è realmente tale quando consente al cittadino di incidere sull’elezione dei candidati e non quando si affianca a posizioni che, per effetto del loro collocamento in lista, risultano sostanzialmente sottratte al voto popolare. Il punto, dunque, non è soltanto introdurre le preferenze, ma restituire agli elettori la sovranità sulla scelta degli eletti. La nostra Costituzione, all’art. 48, riconosce il voto come espressione della sovranità popolare; l’art. 49 affida ai cittadini il diritto di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale; l’art. 67 configura, poi, il parlamentare come rappresentante della Nazione.
È alla luce di questi principi che occorre interrogarsi sul rapporto tra rappresentanza politica e scelta dell’elettore. Non si tratta di mettere in discussione il ruolo dei partiti, fondamentali nella democrazia rappresentativa, ma di evitare che il rapporto tra cittadini e istituzioni venga sostituito da un rapporto esclusivo tra candidato e vertice del partito. Il rischio delle liste bloccate è proprio quello di creare una distanza crescente tra il territorio e il suo rappresentante. Il cittadino vota un simbolo, ma non sempre sa chi sarà concretamente il parlamentare che siederà in Parlamento in sua rappresentanza. Il candidato, a sua volta, può essere chiamato a rispondere prima alla struttura che lo ha collocato in posizione utile nella lista che agli elettori. Da qui emerge anche la questione del rapporto con il territorio. Non è accettabile che un cittadino di un determinato territorio si ritrovi rappresentato da un candidato scelto altrove, magari proveniente da un’altra parte d’Italia, semplicemente perché inserito dalla dirigenza politica in una posizione elettoralmente sicura. Il problema non è la provenienza geografica del candidato in sé, ma il diritto del territorio a poter scegliere il proprio rappresentante. Un collegio non è una semplice casella sulla quale distribuire nomi: è una comunità di persone, territori, problemi e aspettative. Chi viene eletto deve poter costruire con quella comunità un rapporto politico, umano e istituzionale.
È questo il valore della preferenza. Lo dimostrano anche gli altri livelli della rappresentanza democratica. Gli elettori sono abituati a scegliere direttamente i propri rappresentanti nelle elezioni comunali e regionali e, per il Parlamento europeo, attraverso le preferenze. Perché questo principio dovrebbe essere considerato incompatibile proprio con l’elezione del Parlamento nazionale? La questione, quindi, non è tecnica. È eminentemente politica e costituzionale. Il cittadino deve sapere chi sta votando e deve poter scegliere quella persona. E quella persona deve sapere da chi ha ricevuto il proprio mandato politico. Se vogliamo ridurre la distanza tra cittadini e politica, dobbiamo ridurre anche quella tra elettore ed eletto. Se vogliamo contrastare l’astensionismo, dobbiamo restituire ai cittadini la percezione che il loro voto abbia un peso concreto. Se vogliamo rafforzare la democrazia rappresentativa, dobbiamo fare in modo che chi siede in Parlamento possa dire di essere stato scelto, e non semplicemente designato. Solo così la preferenza tornerà a essere ciò che dovrebbe sempre rappresentare: la concreta espressione della sovranità popolare.
© Riproduzione riservata






