Uno dei miei maestri ripete spesso che la coerenza non è un valore assoluto. Se il contesto cambia, bisogna cambiare idea. D’altronde non ci saremmo evoluti se fossimo stati dei coerenti organismi monocellulari. E con questo approccio, dal mio punto di vista, bisogna affrontare le transizioni in atto. In particolare le regole che ci siamo dati, perché il contesto – attorno a noi, e in maniera evidente – è cambiato di molto.

Mi riferisco al Regolamento UE sul metano (EUMR), un provvedimento nato con le migliori intenzioni per abbattere le emissioni, fissando importanti obblighi sulle importazioni dal 1° gennaio 2027. L’obiettivo è inattaccabile. L’industria è anche pronta a fare la sua parte. Ma il punto politico è un altro, ed è tutto concentrato nel brocardo latino che ogni matricola di giurisprudenza sa: ad impossibilia nemo tenetur. Le regole possono essere rispettate quando sono applicabili, altrimenti si trasformano in illusione ideologica o, peggio, in un boomerang. E ne abbiamo già esperienza.

Tanto più oggi, mentre la realtà ci racconta una storia diversa, e poco prevedibile fino a qualche anno fa. Le tensioni geopolitiche internazionali continuano a strozzare i colli di bottiglia del commercio globale, gli Houthi hanno capito dopo Hormuz, non ancora risolto, che Bab el-Mandeb è sostanzialmente un bancomat. I mercati energetici ne soffrono immediatamente: i prezzi del gas sul listino TTF di Amsterdam registrano forti rialzi, non ancora come quelli del 2022, ma gli analisti credono che la vera crisi debba ancora arrivare. L’economia reale fa i conti con il peso dei tassi di interesse, e i prossimi mesi sono decisivi per importanti appuntamenti elettorali nel mondo. In questo quadro, così fragile, farsi sgambetto da soli è un rischio che non possiamo permetterci. Ad oggi, il quadro normativo, tecnico e certificativo che serve per consentire alle imprese di rispettare gli obblighi comunitari semplicemente non esiste o meglio, non è stato ancora strutturato a livello globale. Non sono stati completati i sistemi di accreditamento nei Paesi esportatori, e la Commissione europea non ha ancora svolto una seria valutazione d’impatto sulla fattibilità pratica delle norme, e sulle conseguenze per la competitività e la sicurezza dei nostri fornitori.

A fronte di questo evidente “divario di attuazione”, da Bruxelles sono arrivate timide “Raccomandazioni” della DG ENER su sanzioni e clausole contrattuali. È però un palliativo: un atto non vincolante non offre alcuna certezza del diritto, lascia le aziende esposte a gravi rischi reputazionali e legali, rischiando di frammentare il mercato unico in ventisette discipline nazionali diverse. Come se non bastasse il resto.

Per chi oggi deve negoziare i contratti di fornitura di petrolio e gas, che serviranno all’Europa nel 2027, la situazione è paradossale: si chiede di firmare accordi sapendo già di non poter dimostrare la conformità a norme ancora incomplete. Con il rischio concreto che i carichi di GNL o di greggio prendano semplicemente la rotta verso mercati, meno burocratizzati, più pragmatici, e con una potenza di spesa diversa, esponendoci al freddo e a bollette alle stelle.

È qui che la politica deve far sentire la propria voce. Non si tratta di rimandare la decarbonizzazione, ma di esercitare quel sano buonsenso di cui le nostre imprese e istituzioni hanno bisogno. La soluzione realistica ed efficace c’è ed è stata avanzata in modo compatto da tutta la filiera energetica europea: un rinvio temporaneo di 3 anni degli obblighi del Capo V (in particolare degli articoli 28 e 29) attraverso un atto legislativo vincolante, questa volta, a livello UE. Tre anni non servono a congelare la transizione, ma a renderla davvero possibile: per completare i quadri di certificazione, sviluppare soluzioni standardizzate su scala globale e valutare l’impatto reale delle misure. Continuare a far finta che vada tutto bene, in nome di una malintesa “coerenza” dogmatica, significa scambiare la rigidità per virtù. Far coincidere le regole con la realtà non è un passo indietro, è l’unico modo per andare avanti e non annegare nel brodo primordiale.