Il 3 luglio 1992, alla Camera, Bettino Craxi non si alzò a negare. Si alzò a chiedere alla politica italiana di difendere sé stessa, di rivendicare la propria autonomia di fronte a un potere giudiziario che si stava sostituendo al giudizio degli elettori. «Buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale», disse, e sfidò l’aula a smentirlo, sapendo che nessuno lo avrebbe fatto. Non fu un’ammissione di colpa: fu un atto d’accusa rivolto a un sistema che chiedeva solidarietà, non assoluzione. Nessuno si alzò. Quel silenzio fu il primo, vero momento in cui la politica italiana scoprì di non avere più il coraggio di difendere sé stessa.

Tangentopoli non fu soltanto un’opera di pulizia, ma anche la decapitazione improvvisa di una generazione di classe dirigente, sostituita non da una classe nuova ma da un vuoto, presto occupato da chi giudica più che da chi governa. Da quel momento la qualità della politica italiana entrò in un declino mai più arrestato.
Trentaquattro anni dopo, lo schema si è ripetuto innumerevoli volte: di fronte a decisioni complesse — penso, senza bisogno di nominarli, ai grandi processi di trasformazione urbana che ogni città italiana affronta — la politica continua a scegliere la stessa strada del 1992. Non assumersi la responsabilità della decisione, ma cederla altrove: alla magistratura, ai tecnici, ai commissari. È la stessa rinuncia di allora, in forma più sofisticata.

Un sistema politico che cede sistematicamente responsabilità non si protegge: si suicida lentamente. Perde legittimità a ogni cessione, e finisce per legittimare l’idea che decidere non sia più compito della politica. È un cortocircuito che si autoalimenta: meno la politica decide e risponde, più cresce nei cittadini la convinzione che il voto non sposti nulla.

L’astensionismo crescente, in questa lettura, non è soltanto disaffezione: è la conseguenza quasi razionale di una politica che ha insegnato a non fidarsi di sé stessa. Se chi viene eletto delega sistematicamente il compito di scegliere, perché un cittadino dovrebbe credere che il proprio voto conti? È un cerchio autodistruttivo: la politica cede potere per non rispondere, i cittadini si astengono perché non vedono più nessuno disposto a farlo, e quella disaffezione diventa l’alibi per cedere ancora più potere a chi non deve passare dal voto di nessuno.

Eppure non tutta la politica ha imparato questa lezione di rinuncia. Esiste ancora, soprattutto nei territori, chi ha coraggio e chi non ha la possibilità di delegare perché deve rispondere di persona a una comunità a cui appartiene che lo guarda in faccia e non a un’opinione pubblica nazionale che si distrae in fretta. Sono gli amministratori locali che decidono perché decidere è il loro lavoro — e che, poi, spesso pagano il prezzo del coraggio mancato di chi, più in alto, ha preferito non scegliere.

Craxi chiese alla politica di alzarsi in sua difesa, e nessuno lo fece. Da allora, ogni volta che la politica rinuncia a decidere per non doverne rispondere, ripete quel silenzio. Ma ogni volta che un amministratore decide, e ne risponde, quel silenzio si incrina un poco. La domanda che resta aperta non è se quel discorso fosse giusto o sbagliato. È se la politica italiana saprà alzarsi, prima che il suicidio diventi definitivo — imparando, finalmente, da chi non ha mai smesso di provarci.

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Pugliese di nascita, milanese d’adozione, cosmopolita per vocazione. Ho ancora il garofano rosso nel taschino, osservo, critico, rilancio o semplicemente rompo. Epicureista e razionalista convinto. Segretario dell'associazione Upward.