Non bastavano le dichiarazioni del presidente Trump. Mark Rutte ha acceso una nuova polemica politica sulla crisi iraniana. «Dall’inizio di Epic Fury sono partiti 500 aerei americani dalle basi italiane», ha dichiarato il numero uno dell’Alleanza atlantica, offrendo alle opposizioni un assist immediato contro Giorgia Meloni. Angelo Bonelli ha sostenuto che la premier sarebbe stata «sbugiardata» e – ha dichiarato – «500 voli militari americani sono decollati dalle basi Nato presenti in Italia a sostegno di Epic Fury».

Ancora più duro Giuseppe Conte, che ha parlato di «500 aerei partiti dall’Italia per una guerra illegittima in Iran» e di un governo che avrebbe sempre detto sì alle richieste di Trump. Di segno opposto la reazione della maggioranza. Stefania Craxi ha definito le polemiche una «tempesta in un bicchiere d’acqua». A lei ha fatto eco anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Il governo è pronto a riferire in Parlamento. Rutte ha specificato che si trattava di operazioni logistiche». Dello stesso avviso Augusta Montaruli, secondo cui il governo «ha agito nel pieno rispetto dei trattati internazionali e ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere». La non-polemica si poggia su un enorme equivoco. Le basi americane presenti sul territorio italiano, da Aviano a Sigonella, svolgono da decenni funzioni logistiche, di trasporto, supporto operativo, e il fatto che centinaia di velivoli statunitensi abbiano utilizzato queste infrastrutture durante una crisi internazionale non equivale automaticamente a sostenere che l’Italia abbia partecipato all’azione militare o autorizzato attacchi contro Teheran.

La distinzione non è solo politica, ma anche giuridica. Gli accordi tra Stati regolano la presenza delle forze armate statunitensi in Italia, e gli impegni assunti nell’ambito della Nato consentono l’utilizzo delle basi per attività di supporto logistico e tecnico. Su questo terreno il governo italiano dispone di margini limitati, in quanto la presenza delle installazioni americane deriva da obblighi internazionali consolidati. Ed è proprio questo aspetto che tende a scomparire nel dibattito pubblico. Le opposizioni presentano la vicenda come la prova di un coinvolgimento italiano nella guerra contro l’Iran. Ma, per sostenere una simile accusa, bisognerebbe dimostrare che Roma abbia autorizzato operazioni offensive dirette o missioni di combattimento non previste dagli accordi vigenti. Ad oggi, invece, non è emerso alcun elemento in questa direzione. Anzi, la linea ufficiale del governo e del ministro della Difesa, Guido Crosetto, è stata costante: nessuna autorizzazione ad attività «cinetiche», cioè ad azioni offensive contro obiettivi iraniani. E, secondo quanto riferito dall’esecutivo, nei casi in cui le richieste statunitensi avessero ecceduto il quadro degli accordi esistenti, l’autorizzazione non sarebbe stata concessa.

Il dato politico, quindi, è meno clamoroso di quanto suggeriscano le polemiche di queste ore. Le basi americane in Italia sono una realtà da decenni inscritte negli accordi che regolano i rapporti tra Roma, Washington e l’Alleanza atlantica. Per questo, le parole di Rutte sono state fraintese. L’opposizione le interpreta come la prova di una partecipazione italiana alla guerra, mentre la maggioranza le legge come la conferma di attività logistiche consentite e già note. Ma tra le due ricostruzioni c’è una differenza sostanziale: la seconda è coerente con il quadro giuridico che disciplina l’utilizzo delle basi. Si può discutere la linea internazionale del governo Meloni, ma sostenere che Palazzo Chigi avesse le mani completamente libere su una materia regolata da trattati e accordi internazionali che vincolano l’azione di qualsiasi esecutivo è naïf. Alla fine, più che uno scandalo diplomatico, la vicenda assomiglia a una classica baruffa da bar sport.