Nel caos globale, ora entra ufficialmente anche Cuba. L’atto di accusa presentato contro l’ex presidente Raul Castro è stato ritenuto dal governo di L’Avana come un gesto “vile” e di una “infame provocazione politica”. La mossa di Washington contro il fratello di Fidel, ritenuto responsabile dell’abbattimento di due piccoli aeroplani americani che provocò la morte di quattro persone, è vista da Cuba come un’operazione pretestuosa e “manipolatoria”. Per il regime, l’abbattimento di quei velivoli avvenuto nel 1996 fu dovuto alla violazione dello spazio aereo cubano e dopo ripetute denunce presentate da L’Avana all’amministrazione statunitense. Ma la questione, sia agli occhi dei cubani che delle cancellerie mondiali, è chiaramente strategica. E va ben al di là di questo capo d’imputazione nei confronti di Castro.

Donald Trump ha da tempo messo nel mirino l’isola caraibica, vecchio pallino di Washington dai tempi della Guerra Fredda. E mentre continua l’enorme pressione economica, soprattutto con l’embargo petrolifero, la morsa del presidente Usa inizia a farsi sempre più stretta. Nelle stesse ore in cui il Dipartimento di Giustizia americano incriminava il 94enne ex leader del sistema castrista, il Comando Meridionale delle forze Usa annunciava l’arrivo della portaerei Uss Nimitz a largo dei Caraibi. E quella nave, insieme a tutto il suo gruppo d’attacco, rappresenta l’ultimo strumento di pressione nei confronti del governo del presidente Miguel Diaz-Canel, che, secondo il segretario di Stato Marco Rubio, ha accettato cento milioni di dollari in aiuti dal governo statunitense. Secondo il New York Times, l’arrivo della portaerei a propulsione nucleare non dovrebbe servire a un attacco contro L’Avana, ma più che altro come dimostrazione di forza. Uno show, quindi, ben diverso dal ruolo che ebbe invece la portaerei Ford quando si avvicinò al Venezuela prima del blitz con cui fu attaccata Caracas e venne catturato Nicolas Maduro. In ogni caso, la tensione è alta. E la scelta di Trump di fare arrivare la nave in concomitanza con l’accusa nei confronti di Castro ha messo in allerta la diplomazia mondiale.

La Cina, attraverso le parole del portavoce del ministero degli Esteri, Guo Jiakun, ha avvertito agli Stati Uniti di “smettere di brandire il bastone delle sanzioni e il bastone giudiziario contro Cuba e smettere di minacciare l’uso della forza a ogni occasione”. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha sottolineato come non si possa usare la forza per “tentare di cambiare il destino” di Cuba, ribadendo che “solo il popolo cubano può decidere liberamente del proprio futuro”. E con l’arrivo della Nimitz si è alzata anche la voce di Mosca, da dove Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri, ha spiegato che la Russiacontinuerà a fornire il massimo sostegno al fraterno popolo cubano” e che “L’Avana è stata informata delle modalità e di altri aspetti fondamentali”. Per Xi Jinping e Vladimir Putin, freschi di summit a Pechino, il segnale lanciato da Trump è chiaro. Nella sua personale rivisitazione della dottrina Monroe (ribattezzata per l’occasione “Donroe”), Cuba, come il Venezuela, deve essere allineata a Washington. E nell’equilibrio tra superpotenze, le mosse Usa rappresentano variabili che preoccupano sia Mosca che Pechino. Con il Golfo Persico in ebollizione e con Maduro rimosso, Cuba rischia di essere un nuovo tassello del mosaico immaginato da The Donald. Mentre Putin e Xi ora vogliono capire fin dove voglia spingersi la Casa Bianca con un altro loro storico alleato.