Quando Donald Trump dice che dopo l’Iran toccherà a Cuba, al di là degli insopportabili toni e modi, non sta solo parlando di una storica spina nel fianco per gli Stati Uniti. Sta legando i due dossier, perché Cuba è parte della stessa infrastruttura che gli Usa stanno colpendo a Teheran.

I trascorsi

Cuba e Iran hanno trasformato quello che per decenni era un legame ideologico e anti-imperialista di facciata in una partnership strategica con implicazioni operative. Il salto di qualità è datato giugno 2023: l’allora presidente iraniano Raisi atterra a L’Avana, dopo tappa a Caracas, e firma sei accordi con l’omologo Díaz-Canel. A dicembre dello stesso anno è Díaz-Canel a volare a Teheran, primo presidente cubano a farlo in ventidue anni. Sette memorandum d’intesa e un «partenariato strategico decennale». I contenuti reali, specie quelli di Intelligence, rimangono fuori dai comunicati ufficiali.

L’articolazione dei flussi

La cooperazione ha data più lunga: nell’ultimo decennio, l’Iran ha sostenuto Cuba con linee di credito annuali di centinaia di milioni di dollari, canale vitale per un’isola strangolata dalle sanzioni americane. I flussi si articolano attraverso accordi bilaterali su petrolio, biotech, infrastrutture portuali e telecomunicazioni – settori che figurano nei comunicati ufficiali, ma che funzionano anche come involucro legale per trasferimenti più difficili da tracciare. Sono canali che il sistema sanzionatorio americano non ha mai chiuso del tutto, perché transitano attraverso triangolazioni negli Emirati Arabi Uniti, Panama e schermi societari difficilmente attribuibili.

I flussi finanziari

Il nodo che teneva insieme questo sistema si chiamava fino a poco fa Venezuela. Caracas era il cuore della rete iraniana in America Latina: Hezbollah vi operava con protezione istituzionale e l’ex ministro del Petrolio venezuelano Tareck El Aissami (origini siriano-libanesi) gestiva i flussi finanziari verso i Pasdaran. Il Venezuela forniva anche qualcosa di più prezioso: passaporti puliti per operativi iraniani, documenti che aprivano le frontiere di 130 Paesi. Poi Maduro cade, e con lui un intero ecosistema. Il vuoto lasciato da Maduro ha spostato il baricentro sull’isola caraibica. Secondo fonti della diaspora, è Cuba ad aver supplito negli ultimi mesi al ruolo che il Venezuela svolgeva per Teheran: oggi L’Avana sarebbe il principale hub attraverso cui l’Iran riesce a far entrare i propri agenti segreti in Occidente. Questa è senza dubbio la dimensione più difficile da documentare, ma rispetto alla quale aumentano segnali e indizi su cui la vasta rete di dissidenti cubani all’estero sta lavorando. D’altronde, «Cuba ha decenni di esperienza in operazioni di Intelligence clandestina, come l’Iran», ha dichiarato a Diálogo Américas Jorge Serrano Torres, consigliere della Commissione Intelligence del Congresso peruviano. «Non possiamo aspettarci che i due Paesi firmino apertamente un accordo di cooperazione tra Servizi segreti».

L’intelligence venezuelana

Quello che sappiamo è che nei decenni passati il regime cubano ha formato e strutturato l’Intelligence venezuelana, aiutandola a essere la piattaforma per l’infiltrazione di Hezbollah e dell‘Iran nella regione. «Quello che possiamo ragionevolmente ipotizzare è che, caduto il Venezuela, quella stessa expertise non è perduta: si è trasferita a L’Avana», ha commentato Orlando Gutierrez Boronat, coordinatore dell’Assemblea della Resistenza Cubana e autore del dossier «Cuba and the Terror Coalition», durante un’iniziativa organizzata dallo Euro-Gulf Information Centre. Chi pensa che tra L’Avana e la crisi mediorientale ci sia solo oceano, si sbaglia.

Piercamillo Falasca

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