Economia
Perché nessuno dice che l’Italia è la quarta potenza commerciale del mondo. Il vero deficit non è economico: è di racconto
Esportiamo più del Giappone e siamo l’unico Paese europeo cresciuto sui mercati Usa malgrado i dazi di Trump. Ma la rappresentazione che facciamo di noi non si è aggiornata. Il vero deficit non è economico: è di racconto
Il sorpasso è arrivato a novembre. L’OCSE ha certificato il 21 che, con 643 miliardi di euro di esportazioni nell’anno, l’Italia è la quarta potenza commerciale del pianeta. Davanti restano Cina, Stati Uniti, Germania. Dietro Giappone, Corea del Sud, Francia. Quello che non si è ancora trasformato è la conseguenza: una rappresentazione del Paese coerente con la sua posizione effettiva nei flussi commerciali mondiali.
Il paradosso è strutturale, non congiunturale. Nel 2025 il surplus commerciale italiano ha toccato 50,7 miliardi; al netto dell’energia – l’unica voce strutturalmente in rosso per un Paese senza giacimenti – il saldo manifatturiero supera i 104 miliardi, il valore più alto dal 1993. Il “nuovo Made in Italy” – farmaceutica, agroalimentare, nautica – vale 62 miliardi di avanzo: prima posizione mondiale, con un vantaggio di 20,3 miliardi sulla Germania e di 23,7 sulla Francia. Quando i dazi di Trump hanno colpito l’Europa, l’export tedesco verso gli Stati Uniti è calato del 9,3%, quello spagnolo dell’8, quello francese si è retto solo grazie agli aerei. Il nostro è cresciuto del 7,2. Siamo l’unico esportatore europeo a non aver subìto Trump.
Il farmaceutico ha sfondato quota 69 miliardi di export, in crescita del 28% in un anno solo. La meccanica vale 44,7 miliardi di surplus, terzo posto al mondo dietro Cina e Germania. Siamo primi nel saldo positivo della moda e degli accessori; primi per paste alimentari, yacht e pomodori trasformati; secondi per vini, occhiali, formaggi. Le macchine per imballaggio italiane producono da sole 6,7 miliardi di surplus: un segmento intero della logistica globale dipende da una decina di distretti tra Bologna, Parma e Modena. È, rispetto alla rappresentazione corrente, un altro Paese.
Robert Shiller, in Narrative Economics, ha mostrato che le economie non sono guidate solo dai fondamentali ma dalle storie che ne organizzano la percezione. Le decisioni di investimento, di consumo, di rinvio sono filtrate dal racconto che un Paese fa di sé. Il racconto italiano ha un’inerzia notevole: il declino è entrato nel vocabolario pubblico nei primi anni Novanta e da allora ha resistito ai dati. Nel frattempo, in venticinque anni, l’Italia ha scalato la classifica mondiale dell’export dal decimo al quarto posto; ha trasformato un saldo commerciale che nel 2007 era negativo per oltre 8 miliardi in un attivo di oltre 50; ha costruito tre filiere – farmaceutica, meccanica strumentale, agroalimentare – che competono in mercati ad altissimo valore aggiunto. La rappresentazione è rimasta quella di trent’anni fa.
C’è una ragione strutturale dietro l’asimmetria. Il primato esportatore italiano non lo producono grandi gruppi visibili: lo producono migliaia di medie e piccole imprese disperse in centinaia di distretti. Non ha portavoce naturali, non ha lobby coordinate, non occupa le prime pagine. È un primato distribuito, e dunque silenzioso per natura. I dati positivi sono diffusi e poco narrabili; quelli negativi sono concentrati e altamente visibili. Una crisi industriale singola produce settimane di copertura mediatica; un record manifatturiero, una giornata.
La conseguenza è misurabile. Più di 1.130 miliardi di euro restano fermi sui conti correnti italiani a rendimento reale negativo. Sono capitali che chi li detiene non investe perché crede di vivere in un Paese in declino. Una rappresentazione errata produce decisioni reali: il capitale resta liquido per prudenza, e la prudenza si fonda su una lettura del Paese che i dati commerciali smentiscono ogni trimestre. È il meccanismo che Shiller chiama narrazione che diventa fondamentale.
Riconoscere il primato non è autoindulgenza patriottica: è precondizione strategica. Senza una rappresentazione adeguata della capacità esportatrice, l’Italia non può proiettarsi come piattaforma del Mediterraneo allargato, attrarre i capitali per infrastrutturare quella proiezione, convincere gli imprenditori a entrare nei mercati emergenti del Nord Africa e del Golfo dove si decideranno i prossimi vent’anni. L’Italia dell’eccellenza nel mondo, prima ancora che una visione di lungo periodo, è un’infrastruttura mentale: la capacità di vedersi per ciò che si è – quarta potenza commerciale del mondo, unico esportatore europeo a resistere a Trump, leader globale del Made in Italy contemporaneo – e muoversi di conseguenza.
Il punto non è essere ottimisti. È essere accurati. Il declino è una rappresentazione di trent’anni fa, calibrata su un Paese che nel frattempo è diventato un’altra cosa. Aggiornare la rappresentazione non è un esercizio di immagine: è la condizione che permette al capitale di muoversi, all’imprenditore di decidere, alla politica di scegliere mete coerenti con la posizione reale. Il primato c’è. Manca chi ne parla.
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