Giustizia
Lo Stato ha tradito Mauro Moretti, colpevole di aver rispettato la legge
La vicenda di Mauro Moretti può essere riassunta in un ossimoro: un manager finito in carcere per aver rispettato la legge. Una tesi provocatoria, certo, ma che fotografa il cuore di una questione giuridica e politica sempre più rilevante nel nostro Paese. La condanna appare abnorme nella misura in cui introduce, di fatto, una forma di responsabilità indiretta, direi oggettiva, fondata sul principio del “non poteva non sapere”. Moretti sarebbe colpevole non per aver violato la legge, ma per non averla derogata: non avrebbe cioè fatto abbastanza, pur nel rispetto delle norme, per evitare una tragedia. È un passaggio delicato, perché implica che l’osservanza delle regole possa non essere sufficiente a evitare una condanna. Il rischio è uno slittamento dalla giustizia di diritto a una giustizia basata su princìpi morali.
La Costituzione è chiara: il potere giudiziario è sottoposto alla legge. La discrezionalità del magistrato è consentita solo nell’ambito dell’interpretazione della norma, non nella sua sostituzione con criteri etici o valutazioni ex post. Diversamente, si apre la strada a un sistema in cui la responsabilità non deriva più dalla violazione di una regola certa, ma da un giudizio su ciò che si sarebbe dovuto fare oltre la legge. Ma chi stabilisce poi quale deroga sarebbe stata “giusta”? E con quali parametri? Il paradosso è evidente: si potrebbe essere condannati sia per aver rispettato le norme, sia per averle derogate nel tentativo di prevenire un danno. In questo modo si passa dalla certezza del diritto-fondamento di ogni Stato democratico a un’incertezza che rischia di paralizzare decisioni e responsabilità.
Moretti, nella sua carriera, è stato considerato un manager rigoroso, protagonista della modernizzazione della rete ferroviaria italiana e del sistema infrastrutturale del Paese. La sentenza, però, sembra ribaltare questo giudizio, sostenendo che proprio quel rigore avrebbe contribuito a produrre danni. Si insinua così il sospetto che si sia cercato un capro espiatorio proporzionato alla gravità della tragedia e anche alle aspettative dell’opinione pubblica e dei familiari delle vittime.
In un Paese in cui la politica appare spesso in ritirata, il potere giudiziario finisce per occupare spazi che non gli sono propri, con effetti che rischiano di incidere sull’intero sistema economico. Se anche i manager non possono contare sulla certezza del diritto, la loro capacità decisionale e imprenditoriale ne risulta inevitabilmente compromessa. Il filo conduttore che emerge è una crescente diffidenza nei confronti del profitto e dell’impresa. Se le decisioni giudiziarie finiscono per colpire un modello economico anziché limitarsi ad accertare responsabilità individuali sulla base del diritto positivo, la deriva diventa motivo di seria preoccupazione.
C’è infine un elemento umano e simbolico. Moretti ha rinunciato alla prescrizione, scegliendo di affrontare il processo fino in fondo, e ha accettato la condanna nel rispetto dello Stato. Un comportamento coerente con l’immagine di rigoroso servitore dello Stato che gli è stata attribuita. Ma lo Stato non lo ha ripagato con lo stesso rigore. In definitiva, lo ha tradito.
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