Caro benzina
Sconto carburanti da Eni Ip e Q8: il nuovo fronte della guerra energetica
La vulnerabilità energetica dell’Europa non si misura più soltanto nei barili di petrolio e nei carichi di gas. Oggi il punto critico è anche ciò che accade dopo l’estrazione: la raffinazione. Gli attacchi agli impianti e le tensioni in Medio Oriente e in Ucraina stanno riducendo la disponibilità di prodotti raffinati proprio mentre la domanda resta elevata. Il risultato è un mercato più esposto agli shock, in cui il gasolio rischia di diventare una leva di pressione geopolitica.
Il prezzo internazionale del diesel si avvicina ai 1.500 dollari per tonnellata, in prossimità dei massimi raggiunti nel marzo 2022. Il rincaro si inserisce in un quadro già segnato da petrolio sopra i 90 dollari al barile e gas oltre i 60 euro al megawattora. Ma il problema non è soltanto il costo della materia prima. Una raffineria danneggiata o fermata non si sostituisce rapidamente: ripristinare la capacità produttiva può richiedere mesi. È questa rigidità a rendere il mercato dei carburanti particolarmente sensibile alle interruzioni.
A complicare il quadro è arrivata l’ipotesi, evocata da Donald Trump, di limitare le esportazioni statunitensi di gasolio. Washington punta a contenere i prezzi sul mercato interno, anche in vista delle elezioni di metà mandato. Una scelta comprensibile sul piano politico americano, ma potenzialmente pesante per i Paesi che dipendono dalle forniture statunitensi. L’Europa è fra questi. Ad agosto gli Stati Uniti hanno esportato verso il continente circa 520mila barili al giorno di gasolio, il 30% in più rispetto a gennaio. Nel giro di un anno, la quota americana sulle importazioni europee via mare è passata da circa un quarto a quasi la metà. Se quei volumi venissero trattenuti negli Stati Uniti, l’Europa dovrebbe cercare alternative in un mercato già ristretto, contendendo i carichi a compratori asiatici e latinoamericani. E questo mentre le esportazioni russe e mediorientali risultano in calo.
Non si profilerebbe necessariamente una carenza assoluta di prodotto. Il rischio più immediato sarebbe una competizione più intensa per le forniture e, di conseguenza, prezzi ancora più alti. È qui che una scelta commerciale può assumere un significato strategico: chi dispone di carburante in eccedenza decide a chi venderlo, a quali condizioni e con quali priorità. Come già accade per il gas naturale liquefatto, i semiconduttori e le materie prime critiche, anche il diesel può diventare uno strumento con cui consolidare alleanze e premiare i partner considerati essenziali.
L’Europa dispone di alcune difese. Una parte consistente delle riserve petrolifere strategiche è costituita da prodotti raffinati e il gasolio ne rappresenta la quota principale. L’immissione sul mercato di queste scorte potrebbe attenuare le tensioni. I governi possono inoltre intervenire con aiuti, riduzioni delle accise o misure temporanee sui prezzi. In Italia, Eni ha annunciato per trenta giorni, a partire dal 28 settembre, un prezzo massimo di 2,19 euro al litro per il gasolio e di 1,99 euro per la benzina, con la possibilità di prorogare l’iniziativa. L’iniziativa è stata adottata anche da IP, e oggi da Q8. Sono strumenti che possono offrire sollievo nell’immediato, ma non aggiungono carburante al mercato. Se l’offerta si restringe, contenerne il prezzo non elimina la scarsità: ne attenua gli effetti per un periodo, trasferendone il costo altrove. La risposta strutturale passa dalla capacità di produrre, raffinare e stoccare più energia.
Per questo la discussione sul gasolio riporta al centro le scelte europee sulle emissioni degli ultimi anni. Mentre l’industria riceveva segnali sempre più netti sulla riduzione del ruolo degli idrocarburi, gli investimenti nelle infrastrutture tradizionali perdevano attrattiva. Oggi la crisi mostra il valore strategico di asset che erano stati considerati destinati a scomparire: raffinerie, impianti di estrazione, rigassificatori e centrali a carbone. Quando la sicurezza delle forniture è in gioco, la loro disponibilità diventa una risorsa concreta.
L’Europa dovrebbe chiarire che la sicurezza energetica è una priorità e creare condizioni per investimenti nelle raffinerie e nelle altre infrastrutture necessarie. Le modifiche al sistema europeo di scambio delle emissioni attualmente in discussione possono cambiare alcune regole, ma da sole non risolvono il problema dei costi né quello della capacità produttiva. Servono scelte che affrontino direttamente la dipendenza dalle forniture esterne. Insomma, serve sospendere il Green Deal.
Non è soltanto una questione di prezzi. Senza energia disponibile e infrastrutture adeguate, l’industria perde competitività e il continente riduce il proprio margine di manovra. L’autonomia strategica, spesso evocata, richiede anche una base materiale: impianti, riserve e capacità di approvvigionamento. Il gasolio lo ricorda con chiarezza. Anche gli idrocarburi, che molti considerano prossimi al tramonto, restano centrali per l’economia. Le stime di BloombergNEF indicano che entro il 2035 il consumo di gas del settore elettrico statunitense potrebbe crescere del 50%, con un aumento di 15 miliardi di piedi cubi al giorno legato ai centri dati.
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