Da diverse settimane sono in corso blocchi stradali e violente proteste in Bolivia contro il governo di centrodestra di Rodrigo Paz, in carica da poco più di 6 mesi. I sindacati di minatori, operai e insegnanti rivendicano aumenti in busta paga a fronte dell’inflazione rampante. I camionisti e i contadini sono in rivolta per la soppressione dei sussidi sul carburante e la legge agraria, ormai ritirata, che avrebbe potuto favorire la nascita di nuovi latifondi. Gli aymara (che avevano contribuito alla vittoria di Paz) lamentano la svendita delle ricchezze naturali del Paese agli Usa. Sulle proteste si staglia l’ombra lunga dell’ex presidente Evo Morales, che non ha mai rinunciato all’ambizione di tornare alla guida del Paese. I blocchi hanno causato carenze di cibo e medicinali per gran parte della popolazione.

In Bolivia il caos non è una novità. Dalla proclamazione della sua indipendenza nel 1825, nella nazione bolivariana si sono consumati oltre 190 tra colpi di Stato e tentativi di golpe. A fine 2025 l’attuale presidente Paz ha abolito i sussidi per il carburante, che sono costati all’erario 10 milioni di dollari al giorno per 20 anni. I sussidi prestavano il fianco alle truffe di chi faceva grandi scorte di carburante e lo rivendeva poi nei Paesi confinanti, dove il prezzo è più alto. Tuttavia, nel marasma seguito a questa novità, il carburante ha ripreso a scarseggiare (le crisi di approvvigionamento sono un tallone di Achille del Paese) e alcuni gruppi della criminalità organizzata hanno messo in circolazione benzina adulterata, che ha rovinato i motori dei trattori di molti agricoltori. Originariamente le misure varate erano molto più coraggiose, ma sono state ritirate qualche settimana dopo: lo scudo penale per il rimpatrio esentasse dei capitali portati all’estero, la soppressione dei tetti amministrativi sul prezzo delle esportazioni di carne e cereali, il divieto di nuove assunzioni e di indebitamento e il congelamento degli stipendi per la PA, la soppressione della contrattazione collettiva per la quota eccedente il salario minimo (comunque aumentato del 20%).

Nel frattempo, l’aumento del costo dei carburanti ha aggravato il carovita per la popolazione, già prostrata da un’inflazione che veleggia intorno al 26% nel 2026. Negli ultimi 3 anni il potere di acquisto dei bolivariani si è ridotto di quasi un terzo. Il tasso di inflazione è un problema atavico per il Paese: nel 1985 fu dell’11749%. Il tasso di disoccupazione è passato dal 2,5% del dicembre del 2025 al 4,5% nel 1° trimestre di quest’anno; il rapporto debito/PIL si è impennato dal 48,9% del 2019 all’84,8% del 2025; il deficit statale rimane intorno al 9%. Il Paese è in recessione da 3 anni. Ad aprile Paz ha proposto alcune liberalizzazioni per attrarre maggiori investimenti esteri (finora quasi inesistenti), in particolare nei settori dell’estrazione del litio e dei metalli preziosi e della produzione di petrolio. La Bolivia incassa solo 6 miliardi di dollari all’anno dal comparto minerario, mentre il Cile ne ricava 65 e il Perù 50. L’ultimo mandato di arresto per Morales ha fornito l’occasione all’ex presidente per mobilitare la sua base (costituita prevalentemente da indigeni e coltivatori di coca) contro il governo. Tutto questo ha fatto esplodere il malcontento.

Per calmare le acque, nell’ultima settimana Paz ha escluso la privatizzazione delle aziende statali, si è tagliato lo stipendio del 50% e annunciato un rimpasto dell’esecutivo. Queste agitazioni vanno però lette in una cornice più ampia. Non appena insediatosi, Paz ha ripristinato le relazioni diplomatiche con gli Usa, interrotte da Morales nel 2008. La Bolivia infatti ha un quinto delle riserve mondiali di litio, a cui gli Usa sono molto interessati in quanto è un componente fondamentale delle batterie. Inoltre Paz ha instaurato una stretta collaborazione con l’Argentina di Milei, che ad aprile ha “prestato” alla Bolivia il suo ministro per la deregolamentazione per aiutarla a lanciare un programma di taglio della burocrazia. Fernando Cerimedo, che ha gestito le campagne elettorali di Milei, Bolsonaro e Asfura, è un influente consigliere di Paz per la comunicazione. Cerimedo, soprannominato il “principe delle tenebre”, è il trait d’union tra tutte queste amministrazioni e il presidente degli Stati Uniti Trump. Su X, Evo Morales ha accusato i governi di Usa, Israele e Argentina di portare avanti in rete un’operazione di cognitive warfare per fomentare spaccature tra i manifestanti. Morales chiama questa cooperazione tra governi il “Piano Condor”, evocando il coordinamento delle dittature sudamericane degli anni ‘70 per eliminare i propri dissidenti, col supporto dei servizi di intelligence statunitensi.

Negli scorsi giorni, il Ministero degli Esteri israeliano e il Dipartimento di Stato americano (così come i presidenti conservatori Bukele di El Salvador, Milei dell’Argentina, Noboa dell’Ecuador, Kast del Cile e Asfura dell’Honduras) hanno espresso sostegno a Paz, adombrando il presunto disegno dei manifestanti di sovvertire l’ordine democratico in Bolivia. Il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ormai uno dei pochi capi di governo di sinistra in America Latina, ha invece bollato Paz come “un burattino degli Usa”, benedicendo le proteste in Bolivia come “un’insurrezione popolare” contro “l’arroganza geopolitica”. Forse per Petro vale la massima attribuita a Kissinger: “Essere nemici degli Usa può essere pericoloso, ma esserne amici può essere fatale”.

Lorenzo Farrugio

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