New York
Netanyahu all’Onu parla solo dell’Iran: il silenzio sugli altri nemici di Israele
Sono state 19 le volte che Benjamin Netanyahu ha citato l’Iran nel suo discorso all’Onu. Contro le 2 di Qatar e Siria e soprattutto un secco 0 le volte che il premier israeliano ha citato qualsiasi altro Paese del Medio Oriente. È naturale. Il regime di Teheran è il nemico giurato di Israele. Anche il siparietto dell’ambasciatore, Danny Danon, che si è avvicinato a un rappresentante della delegazione iraniana per offrirgli un terminale Starlink – una scena che passerà alla storia – rientra in questa strategia di attacco frontale, ma anche di beffe, che Bibi ha riservato al regime in un consesso a lui per nulla favorevole. Tuttavia, questo è il classico caso di parlare a suocera perché nuora, o meglio, nuore intendano. Perché se è vero che l’Iran è il primo bersaglio dello Stato ebraico, va altrettanto riconosciuto che praticamente con tutti i Paesi del Medio Oriente Gerusalemme ha dei contenziosi aperti.
Dall’Arabia Saudita alla Turchia, passando per Libano, Siria, ma anche Iraq, Paesi del Golfo e perfino Egitto e Giordania. Paesi questi ultimi due, con cui Israele ha normalizzato le relazioni diplomatiche da decenni. Sono tutte nuore, appunto. Nessuna di loro in rapporti idilliaci con Teheran, d’accordo. Ma – piaccia o no – tutte che pendono più in suo sostegno, invece che dalla parte di Gerusalemme. Tutte nuore che imputano proprio al governo israeliano la responsabilità dello stop a qualsiasi negoziato. Israele è colpevole. Questa è l’interpretazione a senso unico delle cose. L’Arabia Saudita è la prima. Gli Accordi di Abramo restano in freezer dopo il 7 ottobre 2023. Oggi Riad si dice intenzionata a riprenderli. A patto però che Israele torni su suoi passi sul discorso “due popoli, due Stati”. Condizione difficile, anzi, impossibile da accettare per Netanyahu. Come anche per i suoi competitor al voto del prossimo 27 ottobre. Come si può pensare che un qualsiasi candidato premier, alla prima tornata elettorale da dopo il progrom di tre anni fa e la guerra a Gaza, possa fare del riconoscimento dello Stato di Palestina un punto del proprio programma? Lo stesso si può dire di Libano, Siria e ancora di più Qatar.
Ciascuno di questi governi adduce a Israele l’impasse delle relazioni diplomatiche. Con Beirut e Damasco è perfino in gioco un accordo di pace, che, se raggiunto, segnerebbe un capitolo del tutto nuovo per il Medio Oriente. C’è poi la Turchia. Mai nominata, nemmeno lei, da Netanyahu. Eppure tra gli analisti israeliani c’è chi la identifica con il vero prossimo nemico dello Stato ebraico. Al punto da prevedere, in un tempo non definito, uno scontro diretto tra i due. Ipotesi certo non campata per aria. Ora che l’Iran è in difficoltà, Ankara rappresenta il faro ideologico dell’insorgenza jihadista. Di taglio sunnita, quindi più esteso di quello sciita-iraniano, con alle spalle un regime – questo è l’assurdo – che piace all’Occidente. Erdogan, membro della Nato, interlocutore di peso per Trump e che fa da solido respingente alla Russia nel Mar Nero, ha però aperto il suo ombrello protettivo alla Fratellanza musulmana, ad Hamas e quindi ai nemici di Israele. Si dice che il silenzio sia una delle armi dei forti.
Al Palazzo di Vetro Netanyahu non si può dire che sia stato muto. Ma l’omissione di questi potenziali nemici era calcolata. Il premier israeliano ha riservato il suo volto da falco a chi gli è nemico esplicito. Agli altri ha riservato un’opzione di dialogo. A condizione che l’esistenza di Israele come Stato sovrano e con la forza armata più efficiente del Medio oriente non venga messa in discussione.
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