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La “pace perpetua” è un concetto svanito. E il diritto internazionale entra in crisi
La crisi di cui si parla in tutto il mondo, è soprattutto la crisi del divieto dell’uso o della minaccia della forza: la norma fondativa del diritto internazionale dei nostri tempi. Questo divieto è stato stabilito in un momento storico eccezionale: quello immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale. L’eccezionalità è ben descritta nella prima frase della Carta dell’ONU: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità…”. Questo evento storico ha certamente contribuito a realizzare un obiettivo che fino ad allora era stato evocato solo nella letteratura utopica, e, cioè, codificare la pace come il bene supremo dell’umanità. Ma il magico momento nel quale si credeva possibile di realizzare la Kantiana pace perpetua è presto svanito. Gli Stati, in particolare le grandi Potenze, non hanno mai rinunciato alla guerra; semplicemente hanno rinunciato alla parola “guerra”, sostituendola con altri termini ambigui: legittima difesa preventiva; operazioni militari speciali; interventi umanitari, e così via. Questa operazione semantica è interessante, seppur ipocrita. Uno Stato che usa la forza, ma che invoca una giustificazione della propria azione, paradossalmente riconosce l’autorità della regola che gli impone di non usare la forza.
Questo apparente paradosso non serve solo al diritto internazionale. Esso fa emergere l’importanza sociale del divieto della forza. La Grande potenza che usa la forza per realizzare i propri interessi, non vuole distruggere la regola; altrimenti verrebbe meno un meccanismo di controllo sociale dei conflitti. Questa regola sociale sembra ora svanire. I conflitti nel Medio Oriente, a Gaza e in Iran, sono stati duramente combattuti con la forza delle armi senza che le Istituzioni internazionali abbiano avuto alcun ruolo. Ma è veramente una crisi del diritto internazionale? Dovremo davvero rassegnarci a tornare al diritto internazionale tradizionale, fondato sul potere politico senza regole? Dobbiamo rinverdire il colloquio fra gli Ateniesi e i Meli, per cui il “forte fa ciò che può, il debole soffre ciò che deve”. Un conflitto della storia recente può servirci da precedente. Il Presidente degli Stati Uniti, George Bush, dopo l’attacco alle Torri gemelle da parte di Al Qaeda, ha adottato nel 2002 una nuova dottrina di sicurezza nazionale. Gli Stati Uniti avrebbero il diritto di attaccare l’Iraq accusato di fornire armi di distruzione di massa a bande terroristiche. La nuova dottrina è stata testata nella Seconda guerra del Golfo nella quale gli Stati Uniti, con il solo alleato del Regno Unito, hanno invaso l’Iraq, hanno cambiato il regime, hanno destabilizzato l’intera area, ma non hanno trovato le armi di distruzione di massa.
Questa vicenda ha qualche tratto in comune con l’intervento in Iran di queste settimane. In ambedue le vicende, l’intervento è stato condannato pressoché unanimemente dalla comunità internazionale inclusi gli Stati alleati degli USA. I due interventi, in Iraq nel 2003, e in Iran oggi, sono stati effettuati sulla base di un presunto possesso di armi di distruzione di massa e, in particolare, di armi atomiche, non accertato dell’AIEA. I due interventi, inoltre, hanno incontrato difficoltà militari, e l’ostilità della popolazione. La reputazione dei Paesi intervenienti è stata scossa alle radici. L’intervento in Iraq ha troncato la carriera politica dei due protagonisti, George Bush e Tony Blair. Vi sono avvisaglie che questo destino sia riservato a Donald Trump. Infine, l’intervento in Iraq ha dimostrato che il mondo è troppo complesso per essere governato unilateralmente, neanche dalla unica Superpotenza. L’intervento in Iran si avvia a replicare questa dimostrazione.
La situazione di Gaza è diversa da quella dell’Iran. Essa non è stata combattuta fra due eserciti, ma ha messo di fronte un esercito che si è avvalso di tecnologie sofisticatissime, e una popolazione intera, che non poteva far altro che subire le violazioni le regole del diritto umanitario. Ma anche in questa atroce situazione, vi è un barlume di speranza, che è venuto dalla opinione pubblica mondiale che è riuscita a porre termine, seppur provvisoriamente, a un massacro di civili che ha scosso la coscienza dell’umanità. Se pur non si potesse attribuire allo Stato israeliano un genocidio, è molto probabile che la sua dirigenza politica e militare sia colpevole di atti genocidiari. Questo stigma, accertato dal tribunale dell’opinione pubblica internazionale, lo accompagnerà per molto tempo, e lo condannerà a rimanere un pariah nella comunità degli Stati.
Possiamo quindi parlare di crisi del diritto internazionale? Certamente sì, ma non è altrettanto certo che questa crisi sia sistemica e non contingente. Parafrasando un aforisma celebre, la notizia della morte del diritto internazionale è grandemente esagerata. Vi è certamente una tendenza delle Grandi Potenze a usare il proprio potere politico e militare piuttosto che affidarsi al soft power del diritto internazionale. Ma, come ho cercato di dimostrare, i contraccolpi delle azioni unilaterali possono colpire, e fare male, anche alle Grandi potenze del mondo.
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