La ricostruzione
Garlasco, il magistrato che ha assolto Stasi: “Riascoltai la telefonata infinite volte e con un amico. Era razionale, aveva un controllo anomalo. Ma non poteva essere prova di colpevolezza”
Una chiamata con tempistiche, toni e contenuti sospetti – secondo gli investigatori – che nel primo processo ad Alberto Stasi, concluso poi con la sua assoluzione, era stata valutata dall’accusa come un dato rilevante ai fini della richiesta di condanna. È il magistrato Stefano Vitelli a ripercorrere la sua prima valutazione della telefonata attraverso la quale “il ragazzo con gli occhi di ghiaccio” chiamò il 118 per chiedere un immediato soccorso per la fidanzata Chiara Poggi, 26 anni, quando era già morta in casa sua.
Garlasco, il magistrato che ha assolto Stasi: “Riascoltai la telefonata infinite volte. Era razionale, con un controllo anomalo”
13 agosto 2007, Garlasco: “Mi serve un’ambulanza. Credo che abbiano ucciso una persona, ma non ne sono sicuro. Forse è viva. C’è sangue dappertutto. È la mia fidanzata”, ha detto Stasi in una conversazione alternata con le domande dell’operatrice. Una chiamata che non viene effettuata in casa, ma mentre Alberto si trova già nei pressi della stazione dei carabinieri, a 600 metri dall’abitazione di Via Pascoli. Al 29esimo secondo di chiamata, il ragazzo sarebbe già entrato in caserma. “È il primo Tetris con cui mi devo confrontare”, ricorda Vitelli nel suo libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco”, ammettendo di aver ascoltato quell’estate la telefonata di Stasi un numero infinito di volte. La richiesta di aiuto non sembra urgente, ma addirittura impersonale. “Pare iper razionale – ricorda il giudice -, ha un controllo delle parole anomalo. Si dice tra gli inquirenti che non c’è shock emotivo, non perlomeno quello che ci si aspetterebbe da una persona che ha appena scoperto il corpo della fidanzata uccisa”.
Il magistrato Vitelli e la telefonata fatta ascoltare per la prima volta al vecchio amico
Nel ripercorrere i giorni di valutazione delle prove, il magistrato cita un aneddoto, una visita ad un amico del liceo che viveva isolato dalla vita di città e dalle notizie di attualità e che di Garlasco non aveva mai sentito parlare, confidando di poter ricevere una risposta priva di ogni condizionamento e giudizio. “Ascoltò quella telefonata, chiese di riprodurla altre due volte. Mi disse di sentire ansia e paura, non freddezza”. Da quel momento Vitelli iniziò a pensare non solo alle difficoltà di un ragazzo di approcciarsi all’esterno con il timore di fare un passo falso e tradirsi avendo appena ucciso la fidanzata, ma anche alla possibilità di non saper gestire “un fatto inatteso, mantenendo un ritmo caldo nel lessico e nei toni”.
La telefonata che non poteva essere prova di colpevolezza
D’altronde in un primo momento Stasi sbagliò a far partire la chiamata, premendo il tasto rosso del telefono anziché quello verde, “indice di uno stato di confusione”, forse reale e genuino. La domanda, con risposta implicita, che il magistrato pone, è se la voce di un uomo al telefono può davvero essere prova della sua colpevolezza, prendendo atto che non si può dare una lettura del fatto certa e inequivoca se non partendo dall’ipotesi accusatoria. Ma proprio questo materializzerebbe un circolo vizioso, presupponendo la certezza dell’omicidio.
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