Prima ancora di cominciare, Benjamin Netanyahu guarda i posti che si stanno svuotando nell’aula dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Decine di delegati se ne vanno. Lui non aspetta. «Se in quest’aula ci sono altri codardi morali che non se ne sono ancora andati, vi prego di farlo adesso». È l’incipit e anche il tono dei minuti successivi. Netanyahu non è venuto a New York per cercare mediazioni. È venuto per difendere tre anni di guerra, rivendicare le vittorie militari di Israele e rispondere, una per una, alle accuse rivolte al suo governo.

Parte dall’Iran e ricorda la famosa linea rossa tracciata all’Onu quattordici anni fa contro il programma nucleare di Teheran e rivendica gli attacchi agli impianti iraniani. Dice che è stata una delle decisioni più facili della sua vita politica. Ringrazia Donald Trump e sostiene che Israele, colpendo l’Iran, abbia difeso anche molti dei Paesi che ora lo contestano. Poi torna indietro di quasi sessant’anni. È il 1967. Israele teme l’attacco degli eserciti arabi. Il giovane Benjamin Netanyahu rientra dagli Stati Uniti e raggiunge il fratello Yonatan, ufficiale dei paracadutisti, in un aranceto vicino a Ramle. Gli domanda che cosa succederà. «Vinceremo. Non abbiamo altra scelta». È la frase che regge tutto il discorso. Nove anni dopo Yoni Netanyahu morirà a Entebbe, comandando la celebre operazione che liberò gli ostaggi di un aereo dirottato in Uganda.

Quasi mezzo secolo dopo, il fratello utilizza quelle parole per spiegare il 7 ottobre e tutto ciò che è venuto dopo. Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran, milizie irachene e siriane, terrorismo palestinese in Cisgiordania. Netanyahu conta sette fronti. Rivendica di avere decapitato la leadership di Hamas ed Hezbollah e drasticamente ridotto la capacità militare dei nemici di Israele. Ma poi aggiunge un ottavo fronte: quello dell’informazione. Ed è qui che il discorso cambia.

Netanyahu attacca Qatar e Turchia, accusa Recep Tayyip Erdoğan di sostenere Hamas e riserva parole durissime contro il sindaco di New York Zohran Mamdani. Soprattutto respinge l’accusa che pesa più di tutte sulla guerra di Gaza. Il genocidio, dice, è «la più grande menzogna del secolo». Israele sostiene di aver adottato misure straordinarie per limitare le vittime civili e accusa Hamas di combattere utilizzando la popolazione come scudo umano. Dall’altra parte resta il prezzo spaventoso della guerra. Oltre 73mila palestinesi sono stati uccisi dall’inizio dell’offensiva israeliana, secondo le autorità sanitarie di Gaza, che nel conteggio complessivo non distinguono tra civili e combattenti. Netanyahu non arretra di un centimetro. Rivendica Israele come democrazia assediata, invita gli ebrei di tutto il mondo a «tenere la testa alta» e accusa una parte dell’Europa occidentale di avere scelto l’acquiescenza davanti all’islamismo radicale.

Infine torna all’Iran e prevede la caduta del regime degli ayatollah e si rivolge direttamente al popolo iraniano, al quale promette che arriverà il giorno della libertà. È un discorso costruito intorno a una sola idea: Israele, nella lettura di Netanyahu, non combatte una guerra per conquistare territori, ma una battaglia per la propria esistenza. Tuttavia, lungo quasi tutto l’intervento, resta sullo sfondo una domanda decisiva. Che cosa viene dopo? Netanyahu parla del 1967, di Entebbe, del 7 ottobre, dell’Iran, di Hamas, di Hezbollah. Parla molto della guerra appena combattuta e di quelle che Israele potrebbe ancora essere costretto a combattere. Parla molto meno del futuro politico dei palestinesi. Nel discorso di Netanyahu non c’è stato alcun rilancio del negoziato e nessun riferimento concreto alla prospettiva di due popoli e due Stati. Resta allora quella frase pronunciata da Yoni Netanyahu in un aranceto quasi sessant’anni fa. «Vinceremo. Non abbiamo altra scelta». Netanyahu ha spiegato all’Onu perché Israele debba vincere. Netanyahu, per vincere anche sul fronte dell’informazione, dovrebbe oggi spiegare quale sentiero per la pace intende percorrere.

Alfredo Andreani

Autore