La seconda giornata di dibattiti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha avuto certamente due protagonisti: il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky. Due leader in guerra. Due capi di Stato che hanno confermato come il Palazzo di Vetro si sia trasformato in questi giorni in una piattaforma di dialogo nonostante le debolezze mostrate dall’Onu e le pesanti critiche mosse all’istituzione. Per Zelensky, il viaggio negli Stati Uniti è servito soprattutto a capire fino a che punto può spingersi il sostegno di Donald Trump.

Mentre la Russia ha continuato a bombardare Kyiv e Odessa e compiuto l’ennesima provocazione con un elicottero che ha violato lo spazio aereo polacco, il leader ucraino è partito per l’America per giocare una partita molto complessa. Da un lato ha cercato garanzie sul sostegno al suo esercito. Ha parlato con Trump di un “pacchetto invernale” di armi, in particolare di missili per la contraerea e di Patriot. Dello stesso tema ha discusso con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Un incontro che, a detta delle fonti di Bloomberg, è stato teso per le sanzioni revocate a due oligarchi russi, mentre Zelensky vuole che la pressione finanziaria sul Cremlino rimanga forte. Ma allo stesso tempo, deve anche dimostrare ai suoi interlocutori d’Oltreoceano di essere disposto a fare dei passi in direzione di un cessate il fuoco. Il presidente ha fatto capire di essere interessato a una tregua sul fronte energetico in modo che siano bloccati i raid russi sulle centrali e quelli dei droni ucraini contro terminal e raffinerie di Mosca. Si è anche espresso sul fatto che Kyiv è pronta a garantire la sicurezza nel Mar Nero se la Russia farà altrettanto.

Il punto però è che dal Cremlino è già arrivata una prima doccia gelata. Dmitry Peskov ha affermato che la posizione russa “è ben nota” e che “Zelensky, se vuole, può venire a Mosca e gli saranno fornite garanzie di sicurezza”. Inoltre, sempre secondo Peskov, la cosiddetta tregua energetica “non è altro che un esercizio retorico” finché continua la fornitura di armi occidentale a Kyiv. E il portavoce ha concluso dicendo che “al momento non ci sono i presupposti per avviare un percorso negoziale di pace”. La questione è stata discussa anche tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato americano Marco Rubio, il quale però è sembrato più ottimista rispetto agli annunci di Peskov. “Sia la Russia sia l’Ucraina vogliono tregua del grano e dell’energia”, ha detto Rubio alla fine dell’incontro, ribadendo l’impegno Usa su questo punto.

Ma per l’Amministrazione Trump c’è anche da sciogliere il nodo principale della sua agenda estera: l’Iran. Ieri Pezeshkian ha parlato all’Assemblea generale. Un discorso particolarmente importante alla luce del fatto che, come hanno ricordato molti analisti, si tratta del primo discorso di un leader ufficialmente in guerra con gli Stati Uniti dallo scranno dell’Onu e in territorio americano. Pezeshkian ha ribadito quelle che sono le tradizionali posizioni di Teheran. Il presidente iraniano ha parlato di “doppi standard” della comunità internazionale rispetto all’Iran e Israele e di un Iran che vuole l’energia nucleare solo per scopi civili. Trump, ha detto inoltre Pezeshkian, “deve sapere che la resistenza del popolo iraniano non farà che aumentare di fronte alle sanzioni, alle crescenti pressioni e al crescente bullismo”.

Su Hormuz, il leader di Teheran ha confermato l’obiettivo di avere un accordo che eviti che il transito di quello stretto sia usato contro la Repubblica islamica. Ma Pezeshkian, tra le righe, ha anche fatto capire che il canale di dialogo non si è interrotto. “L’Iran tende la mano al mondo. Siamo pronti al dialogo, alla diplomazia e ai negoziati, ma senza accettare il linguaggio della forza”, ha detto il presidente. Un messaggio che serve a far capire a The Donald di essere intenzionati a continuare a trattare e che arriva anche a poche ore da un summit che può essere decisivo anche sul fronte iraniano: quello tra il presidente Usa e l’omologo cinese Xi Jinping.