L’Assemblea generale delle Nazioni Unite si riunisce in un momento che per la politica mondiale appare critico. La guerra in Ucraina continua a mietere vittime, destabilizzare l’Europa e agitare le relazioni tra Washington e gli alleati Nato. Tra Iran e Stati Uniti resta una situazione di “né guerra né pace”, come l’ha definita il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, e sul Golfo Persico soffiano di nuovo i venti dell’escalation mentre le monarchie arabe cercano di convincere Donald Trump a evitare un’altra fiammata soprattutto con l’acuirsi della crisi in Yemen.

Sul tavolo ci sono anche altri dossier. Il cambiamento climatico, la gestione di possibili nuove pandemie, il grande punto interrogativo dell’Intelligenza Artificiale e un sistema economico minato nel profondo anche dai conflitti che investono il settore energetico. E in questa serie di problemi complessi e di difficile risoluzione, l’impressione è che anche i rapporti tra le potenze siano entrati in un momento di grande crisi e di ripensamento dei ruoli. La riunione a New York serve a fare il punto della situazione. Tra discorsi dei leader e incontri bilaterali, il summit può essere cruciale per sciogliere diversi nodi e rendere l’Onu quantomeno ancora una piattaforma di dialogo.

Ma gli occhi del mondo, ieri, erano tutti rivolti a Trump, arrivato nella Grande Mela lanciando un primo messaggio nei confronti del suo omologo russo Vladimir Putin: “Metta fine alla guerra”. Per il tycoon, le partite aperte sono tante. In vista di un voto, quello delle midterm, che può incidere sensibilmente sulla seconda metà del suo mandato, il presidente Usa è consapevole che la politica estera sta erodendo il suo consenso. I sondaggi rivelano che la sua gestione della guerra all’Iran è considerata in modo negativo dalla maggioranza degli elettori. “Mentre altri hanno parlato, io ho agito. Mentre altri hanno parlato di pace, io l’ho realizzata. Mentre altri hanno ignorato le minacce, io le ho affrontate”, ha tuonato il tycoon, che ha accusato il regime iraniano di avere celebrato il massacro del 7 ottobre in Israele e ha ribadito la linea rossa sul programma nucleare. “Agivano da bulli in Medio Oriente, ma non lo sono più”, ha detto The Donald, invitando la Repubblica islamica a firmare un accordo che, a suo dire, potrebbe essere concluso dopo le elezioni e che le eviterebbe di “essere annientata”. Sulla questione mediorientale è tornato anche il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che ha sfruttato il palcoscenico Onu per lanciare i suoi tradizionali attacchi contro lo Stato ebraico partendo da Gaza, definita “il campo di concentramento più disumano e vergognoso dei nostri tempi” e chiedendone l’immediata ricostruzione: “Ci troviamo di fronte a responsabili di genocidio che non si stancano mai di uccidere”.

Altro tema scottante è stato il conflitto in Ucraina, che Trump aveva promesso di far chiudere entro 24 ore dal suo ingresso alla Casa Bianca. “Siamo lavorando a stretto contatto con i leader di Mosca e Kyiv e risolveremo la cosa”, ha detto il presidente Usa, auspicando anche che la pace arrivi “più velocemente di quanto la gente immagini”. Nel suo discorso, il capo della Casa Bianca è tornato anche a parlare dei cartelli della droga, ritenuti come “l’Isis dell’emisfero occidentale”. Un punto toccato da Trump è stato anche il destino di Cuba, accusata di avere complottato “per decenni” insieme alla sinistra radicale Usa. “Gli Stati Uniti non permetteranno più che le minacce contro il nostro Paese mettano radici in nessuna parte dell’emisfero occidentale”, ha poi avvertito. Una frase che conferma quell’idea di dottrina “Donroe” già applicata in Venezuela, paventata anche per l’Avana (descritta come “fallita” al punto che i suoi delegati hanno abbandonato l’aula) e parte integrante della politica di Washington sulla Groenlandia. Proprio sull’isola artica, la scommessa di Trump è tutta legata al patto siglato con la Danimarca e con lo stesso governo groenlandese, che vede la sua firma proprio a margine dell’Assemblea generale.

Ma se il discorso è apparso rivolto anche al proprio elettorato, tra il “ritorno dell’America”, il “futuro radioso”, le promesse sulla chiusura di tutte le guerre e le garanzie sulla sicurezza dei confini e dell’emisfero occidentale, la vera partita diplomatica sembra più che altro quella che si giocherà dopo l’Assemblea. Perché è durante la visita del presidente cinese Xi Jinping e durante l’incontro bilaterale a Washington che molti di questi dossier avranno una loro definizione.