Piccola Biblioteca Riformista
La democrazia ha bisogno di ostacoli, il vero Führer è sempre giudice
Sei libri, nelle settimane centrali di agosto, per tenere la mente fresca. In collaborazione con Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, il Riformista propone le sintesi ragionate di sei volumi usciti negli ultimi mesi e non ancora tradotti in Italia: un’anteprima sul meglio del dibattito internazionale, per capire il mondo che cambia.
Cass R. Sunstein, Separation of Powers. How to Preserve Liberty in Troubled Times
The MIT Press, febbraio 2026, 168 pp.
L’autore
Cass R. Sunstein è professore alla Harvard Law School, è il giurista accademico più citato degli Stati Uniti. Ha attraversato tutte le stagioni del diritto pubblico americano degli ultimi quarant’anni: studioso del diritto costituzionale e amministrativo, teorico del “nudge” con il libro scritto insieme al Nobel Richard Thaler, e uomo di governo — dal 2009 al 2012 ha guidato per Obama l’ufficio della Casa Bianca che supervisiona la regolamentazione federale, ed è poi passato per il Dipartimento della Sicurezza interna e per incarichi di consulenza internazionale. Scrive dunque da una posizione rara: conosce il potere esecutivo dall’interno, ne ha maneggiato gli ingranaggi, e proprio per questo ne diffida con cognizione di causa. Questo libro, breve e tagliente, è il distillato di quella doppia esperienza, pubblicato in un momento in cui il suo tema — la separazione dei poteri — è sotto attacco in mezzo mondo.
La premessa: la tentazione dell’uomo forte
In tutto il mondo, la separazione dei poteri è sotto attacco. Le persone vogliono l’uomo forte, capace di fare ciò che va fatto senza impacci procedurali: la deliberazione appare lentezza, il contrappeso appare sabotaggio, il vincolo appare tradimento della volontà popolare. Contro questa tentazione, il libro riparte dalla frase di James Madison che ne costituisce l’architrave: l’accumulazione di tutti i poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario — nelle stesse mani, siano esse di uno, di pochi o di molti, ereditarie, autonominate o elettive, può essere a buon diritto definita la definizione stessa della tirannide. Il punto decisivo della formula madisoniana, sottolinea Sunstein, riguarda le mani elettive. La legittimazione popolare non cambia la natura dell’accumulazione; un tiranno eletto resta un tiranno. La domanda del libro è dunque questa: perché mai dei cittadini liberi dovrebbero volere un governo che si intralcia da solo? E la risposta, sviluppata capitolo dopo capitolo, è che quell’intralcio è la libertà.
Il controesempio: Weimar e Carl Schmitt
Il libro apre la sua argomentazione con una data e un titolo di giornale. È il 27 marzo 1933, e il New York Times annuncia che Hitler è capo assoluto in virtù della legge sui pieni poteri: il cancelliere, preminente sul governo, è ormai praticamente lo Stato tedesco, e tutti i poteri legislativi sono stati trasferiti al regime, libero di rimodellare la vita nazionale. Come si giustifica, in teoria, un simile trasferimento? Sunstein la risposta la trova in Carl Schmitt, il giurista del nazismo, e in particolare nella sua difesa della Notte dei lunghi coltelli del 30 giugno 1934, quando Hitler ordinò l’assassinio di centinaia di persone.
Il bersaglio centrale di Schmitt era precisamente la separazione dei poteri. Il vero Führer, proclamava, è sempre giudice: dalla guida discende la giurisdizione. Chi vuole separare le due funzioni, o contrapporle, fa del giudice il capo dell’opposizione o il suo strumento, e tenta di scardinare lo Stato per via giudiziaria. Nella visione schmittiana era tipico della cecità liberale voler fare del diritto penale la grande carta di liberazione del criminale; l’azione del Führer, al contrario, era essa stessa il vero giudicare. Sunstein si sofferma su questo passaggio perché contiene, rovesciata, l’intera giustificazione della separazione dei poteri: ciò che per Schmitt “scardina” lo Stato — un giudice indipendente dal capo — è esattamente ciò che protegge il cittadino dal capo. Hitler fu un caso estremo, e così Stalin; ma ogni epoca, avverte il libro, ha i suoi casi estremi. E ogni retorica che dipinge i giudici come nemici del popolo, capi dell’opposizione o ostacoli alla volontà del leader ripercorre — consapevolmente o meno — l’argomentazione con cui si giustificò lo smantellamento di Weimar.
Che cosa protegge la separazione: la libertà dalla paura
La tesi positiva del libro è che la libertà dalla paura è un obiettivo centrale del sistema della separazione dei poteri. In una prospettiva, la separazione dei poteri è essenzialmente essa stessa una carta dei diritti. Il perimetro di immunità privata che essa garantisce include certamente la libertà di parola, la libertà religiosa e la protezione della proprietà contro le espropriazioni senza indennizzo; ma si estende molto oltre, fino a comprendere una sfera privata al riparo dall’incursione del potere pubblico, e lo stato di diritto stesso — che implica una magistratura indipendente. Le benedizioni della libertà, qualunque ne sia il contenuto preciso, consentono alle persone di essere qualcosa di simile a sovrane della propria vita; la separazione dei poteri è il congegno istituzionale che rende quella sovranità possibile, perché garantisce che nessuna decisione capace di toglierla possa essere presa da una volontà sola.
Accanto alla libertà, il secondo bene protetto è l’autogoverno. Coerentemente con la concezione fondativa del repubblicanesimo americano, la Costituzione e il suo sistema di separazione miravano a creare una democrazia deliberativa: un regime che combinasse la responsabilità dei governanti verso gli elettori con l’obbligo di dare ragioni pubbliche delle proprie decisioni. La separazione dei poteri non è dunque un freno alla democrazia ma la sua forma compiuta: costringe il potere a spiegarsi, a passare attraverso più volontà, a durare più di un impulso. Ciò che l’uomo forte chiama efficienza, il costituzionalista lo chiama con il suo nome: assenza di ragioni.
Le sei separazioni
L’apporto analitico più originale del libro è la scomposizione del principio. La separazione dei poteri, sostiene Sunstein, è un concetto-ombrello che contiene in realtà sei separazioni distinte, ciascuna con la propria logica e le proprie violazioni tipiche: il legislativo non può esercitare il potere esecutivo; il legislativo non può esercitare il potere giudiziario; l’esecutivo non può esercitare il potere legislativo; l’esecutivo non può esercitare il potere giudiziario; il giudiziario non può esercitare il potere legislativo; il giudiziario non può esercitare il potere esecutivo. Trattare le sei separazioni come una sola genera confusione, perché non proteggono tutte la stessa cosa: alcune presidiano la libertà individuale (nessuno deve essere punito se non da un giudice, in base a una legge che non è stata scritta per lui), altre l’autogoverno (le regole generali le fa l’assemblea rappresentativa, non il capo), altre ancora l’efficienza e la responsabilità dell’amministrazione. E soprattutto le minacce non sono simmetriche: ogni epoca vede prevalere violazioni diverse — ci sono stati tempi in cui il pericolo era un legislativo invadente, altri in cui erano corti troppo ambiziose — e la nostra epoca ha un colpevole principale.
Il ramo più pericoloso
Quel colpevole è l’esecutivo. Sunstein — che scrive attingendo alla propria esperienza diretta alla Casa Bianca — argomenta che il ramo esecutivo è oggi il più pericoloso dei tre: dispone della forza, delle armi, dell’apparato investigativo e della burocrazia; agisce con rapidità dove gli altri deliberano; e concentra in una persona sola ciò che negli altri rami è disperso in assemblee e collegi. I costituenti temevano soprattutto il legislativo, perché nel loro mondo era l’organo più forte; il mondo è cambiato, e la vigilanza deve spostarsi dove si è spostato il potere.
Da qui la critica frontale all’idea dell’immunità presidenziale, che il libro definisce senza giri di parole un’idea pessima. Il ragionamento si misura con la giurisprudenza recente della Corte Suprema e nomina esplicitamente Trump: se il presidente gode di immunità per qualunque atto compiuto nell’esercizio delle funzioni, ne segue davvero che può ordinare al Dipartimento di Giustizia di indagare e perseguire i nemici politici per una sola ragione — esigere una ritorsione? Forse sì, forse no: la risposta, osserva Sunstein, dipende in ultima analisi da giudici e legislatori disposti a fare il proprio mestiere. Ed è precisamente questa dipendenza dal fattore umano a rendere l’immunità così corrosiva: un principio che regge solo finché qualcuno ha il coraggio di applicarne i limiti non è più un principio, è una scommessa. Il corollario è la difesa della magistratura indipendente come presidio cruciale: il giudice che può dire no al potere esecutivo è la differenza operativa tra uno stato di diritto e la teoria di Schmitt.
Le due patologie del presente
Il libro individua due dinamiche che stanno erodendo la separazione dei poteri dall’interno del sistema americano — senza che nessuna norma venga formalmente abrogata.
La prima è ciò che Sunstein chiama la Grande Narrazione oggi dominante alla Corte Suprema: una lettura della separazione che, in nome del ritorno al disegno originario dei costituenti, concentra di fatto il potere nell’esecutivo — indebolendo le agenzie indipendenti, espandendo le prerogative presidenziali sulla rimozione dei funzionari, e culminando nella dottrina dell’immunità. Sunstein sottopone questa narrazione a critica serrata sul suo stesso terreno, quello della fedeltà storica: presentata come restaurazione madisoniana, produce l’esito che Madison chiamava tirannide.
La seconda patologia è il “partitismo”: la fedeltà di partito che ha sostituito la fedeltà istituzionale. Il sistema madisoniano presupponeva che l’ambizione contrastasse l’ambizione — che il Congresso difendesse le proprie prerogative contro il presidente per interesse istituzionale, chiunque fosse il presidente. Quando i parlamentari si percepiscono prima come membri di un partito e poi come membri di un ramo, il congegno si inceppa: la maggioranza che controlla insieme Congresso e Casa Bianca non ha alcun incentivo a controllare se stessa, e i pesi e contrappesi diventano decorativi. È il modo in cui la separazione dei poteri muore in silenzio: non per abrogazione, ma per diserzione dei suoi custodi.
La conclusione
Il libro si chiude tornando al punto di partenza, ma in forma di avvertimento: le minacce gravi vengono da un governo liberato dai vincoli della separazione dei poteri. Non dal governo forte in quanto tale — Sunstein non è un teorico dello Stato minimo, e riconosce all’esecutivo moderno funzioni che i costituenti non potevano immaginare — ma dal governo sciolto, quello che non deve più passare attraverso volontà diverse dalla propria. La separazione dei poteri non garantisce il buon governo, e non è fatta per questo; garantisce qualcosa di più elementare e di più prezioso: che nessuno, nemmeno il presidente degli Stati Uniti, sia giudice nella propria causa. È una tecnologia istituzionale vecchia di due secoli e mezzo, bisognosa di manutenzione e di difensori; e resta la migliore che abbiamo contro quella che Madison chiamava la definizione stessa della tirannide.
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