Trionfa chi minimizza le proprie ferite
Come vincere la guerra commerciale tra regole morte e strapotere cinese
Sei libri, nelle settimane centrali di agosto, per tenere la mente fresca. In collaborazione con Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, il Riformista propone le sintesi ragionate di sei volumi usciti negli ultimi mesi e non ancora tradotti in Italia: un’anteprima sul meglio del dibattito internazionale, per capire il mondo che cambia.
Soumaya Keynes e Chad P. Bown, How to Win a Trade War. An Optimistic Guide to an Anxious Global Economy
Simon & Schuster, maggio 2026, 288 pp.
Gli autori
Soumaya Keynes è editorialista economica del Financial Times e conduttrice del podcast The Economics Show; prima ha passato otto anni all’Economist, dove ha vinto un premio per i suoi commenti sulla politica commerciale della prima amministrazione Trump, e ha cominciato come economista al Tesoro britannico. Chad Bown è senior fellow al Peterson Institute for International Economics ed è stato capo economista del Dipartimento di Stato americano; è l’analista che ha tracciato, dazio per dazio, tutte le guerre commerciali dell’era Trump. Insieme hanno fondato, durante il primo mandato di Trump, il podcast Trade Talks: questo libro è il distillato di quel decennio di lavoro comune.
La premessa: la fine del commercio dato per scontato
Il punto di partenza è la constatazione di un’epoca chiusa. Davamo il commercio per scontato: migliaia di miliardi di dollari in beni e servizi attraversavano le frontiere ogni anno, il tutto era reso possibile da un sistema globale fondato su regole. Nessuno prestava troppa attenzione alle catene di approvvigionamento: semplicemente funzionavano. Quel mondo non esiste più. Siamo entrati in un’era di conflitto commerciale in cui rifiutare il combattimento non è più un’opzione: un annuncio di Trump sui dazi può far crollare i mercati, spingere i prezzi verso l’alto e avvelenare alleanze vecchie di decenni; le restrizioni cinesi all’export di terre rare possono fermare la produzione automobilistica occidentale; i controlli sul commercio dei chip più avanzati possono decidere chi vince la corsa all’intelligenza artificiale. Le regole del gioco sono state abbandonate, sostengono gli autori, e serve una strategia diversa. Il sistema si è sfilacciato sotto i colpi congiunti del Covid, della Brexit e — soprattutto — dei successi elettorali di Donald Trump. Le guerre commerciali, questa la tesi di fondo, sono il “new normal”: non una parentesi da attendere che passi, ma la condizione permanente dentro cui imparare a muoversi.
Il libro si apre con due citazioni che ne fissano la cornice. Sun Tzu: chi vuole combattere deve prima contare il costo. E Joshua, il computer del film WarGames del 1983, che dopo aver contato conclude: l’unica mossa vincente è non giocare. Tra questi due poli — il realismo di chi sa che il conflitto è inevitabile e la consapevolezza che nessuno ne esce davvero vincitore — si svolge l’intera argomentazione.
Il metodo: spiegare la guerra commerciale a chi non è economista
La scelta stilistica del libro è parte del suo contenuto: la politica commerciale è materia notoriamente ostica, appesantita da un impasto letale di gergo economico e legalese, e gli autori la traducono sistematicamente in analogie quotidiane. Il commercio è come il ballo: servono due partner e un minimo di fiducia reciproca. I deficit commerciali sono come le console per videogiochi: comprarne una dal Giappone non significa essere stati derubati dal Giappone. I dazi sono come la marijuana: anche quando fanno stare bene, offuscano la percezione della realtà, costano denaro e rendono l’economia più letargica. E l’ossessione populista per la deindustrializzazione da import viene ridimensionata con l’immagine più tagliente del libro: lamentare che il commercio abbia devastato l’economia americana quando la disoccupazione è al 4 per cento è un po’ come un bambino che strilla perché vuole una mela mentre ne stringe già una in mano.
La flotta: chi è chi nella guerra commerciale
L’analogia portante del libro immagina i protagonisti della guerra commerciale come navi in navigazione sugli oceani. Gli Stati Uniti erano una nave militare che offriva sicurezza e stabilità all’ordine globale: oggi quella stessa nave è governata dai pirati — inaffidabili, potenzialmente pericolosi per amici e nemici, guidati esclusivamente dall’interesse immediato. La Cina è una nave da guerra che brandisce con entusiasmo i suoi cannoni. L’Europa è un mercantile raffazzonato e con poca potenza di fuoco, che cerca di tenere buoni, a distanza, tanto i pirati quanto i guerrieri. L’India è una barca costruita con i pezzi di una vecchia automobile: ingegnosa, arrangiata, con ambizioni superiori ai mezzi.
La mappa navale serve a un punto sostanziale: nessuno di questi attori giocherà più secondo le vecchie regole, perché la nave che le garantiva ha cambiato equipaggio e le altre si stanno armando di conseguenza.
La diagnosi: lo squilibrio è reale, e la colpa è soprattutto cinese
Il passaggio più controintuitivo del libro — considerata la provenienza liberoscambista degli autori — è la difesa parziale delle ragioni americane. Molti osservatori hanno liquidato l’ossessione di Trump per il deficit commerciale come un difetto caratteriale o una prova di analfabetismo economico; Keynes e Bown sostengono invece che la relazione economica tra Stati Uniti e Cina è diventata davvero pericolosamente squilibrata. In parte la responsabilità è americana: il governo degli Stati Uniti si è indebitato troppo, e il deficit commerciale è anche il riflesso di quel deficit di risparmio. Ma la parte maggiore della colpa, argomentano nel capitolo più denso del libro, sta a Pechino.
Il regime autoritario cinese ha rotto molti dei segnali di prezzo che dovrebbero regolare i mercati. In un’economia normale, la sovrapproduzione industriale fa scendere i prezzi, comprime i profitti e spinge fuori dal mercato i produttori meno efficienti: è il meccanismo che riequilibra il sistema. Nel caso cinese questo meccanismo si inceppa: quando la domanda si indebolisce, il sistema è pessimo nel lasciar fallire le imprese, perché i funzionari locali e nazionali hanno ogni incentivo a tenere in piedi le aziende decotte. Questa disponibilità a bruciare denaro pur di sopraffare i segnali di prezzo, combinata con la crescente volontà cinese di dettare le condizioni ai propri partner, ha creato le premesse del disordine attuale. La risposta americana è stata caotica e ha spesso confuso gli amici con i nemici — i dazi sparati sugli alleati ne sono la prova — ma all’origine dello squilibrio, concludono gli autori, c’è il modello cinese.
L’arsenale: come si combatte, e perché le armi si inceppano
La parte centrale del libro passa in rassegna gli strumenti del conflitto economico: dazi, sussidi, restrizioni all’export, controlli sugli investimenti, scorte strategiche — queste ultime illustrate con una lunga e divertita digressione sulle lezioni dei “prepper” dell’apocalisse che si scambiano consigli su Reddit. Per ciascuno strumento gli autori pesano vantaggi e controindicazioni, e il bilancio complessivo è una lezione di umiltà: puoi controllare come un’arma economica viene impiegata, ma di certo non come il bersaglio risponderà. E nemmeno come reagiranno le imprese di casa propria, che aggirano, rilocalizzano, triangolano. Gli strumenti economici, avvertono, sono ingombranti, grossolani e soggetti ad abuso.
Da qui i criteri per un uso sensato: pensare con attenzione alle conseguenze di lungo periodo e a quelle non volute di ogni intervento importante; concentrare le energie sui settori che contano davvero per la sicurezza nazionale, invece di disperderle in protezionismo generalizzato; e ricordare che ogni misura difensiva ha un costo interno, pagato da consumatori e imprese, che nessuna retorica sovranista può cancellare.
Le regole morte e la fiducia perduta
Il libro dedica pagine amare al sistema multilaterale. L’Organizzazione mondiale del commercio, la cui influenza si è considerevolmente affievolita, presupponeva che tutti i grandi attori potessero convivere dentro un unico insieme di regole. Gli autori confessano il loro timore: che il sistema cinese sia così diverso da quello dei suoi concorrenti da non lasciare spazio a un sistema comune fondato su regole. E c’è un problema ulteriore: per funzionare bene, le regole si basano sulla fiducia. La fiducia è precisamente ciò che è venuto meno — ed è difficile fidarsi dei pirati, come dei bambini capricciosi.
Il 2050: due futuri possibili
Il capitolo finale si concede un esercizio di immaginazione: come potrebbe apparire il sistema commerciale globale nel 2050. Gli scenari oscillano tra una realtà dominata dalla Cina e una in cui gli Stati Uniti hanno integrato stabilmente statecraft economico e statecraft di sicurezza — il commercio come prolungamento della politica di potenza. Nessuno dei due assomiglia al mondo dei mercati aperti del ventennio scorso: quel mondo, ripetono gli autori, non tornerà, e non c’è nulla da guadagnare nel rimpiangerlo.
La conclusione: vincere è perdere meno
Il titolo, ammettono infine Keynes e Bown, è una promessa ironica: questo non è un manuale per la vittoria, perché nelle guerre commerciali la vittoria in senso proprio non esiste. Il “vincitore” sarà semplicemente la squadra che perde meno del rivale, o quella più abile a minimizzare le proprie ferite. L’ottimismo del sottotitolo sta tutto qui: non nella speranza di un ritorno all’ordine perduto, ma nella convinzione che capire i costi, scegliere le battaglie e maneggiare con prudenza armi intrinsecamente difettose sia già una forma di saggezza. E nella chiusa, solo a metà scherzosa, la misura della posta in gioco: se riusciremo a evitare la terza guerra mondiale, meriteremo tutti una pacca sulla spalla.
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