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Ranucci contro la Rai, il presidente del tribunale di Roma difende la giudice
Il presidente del Tribunale di Roma, Lorenzo Pontecorvo, emulando il collega milanese Fabio Roia, cui i comunicati sono tanto cari, ha sentito il bisogno di diramarne uno per difendere Donatella Casari, la giudice del lavoro cui è toccato il ricorso d’urgenza di Sigfrido Ranucci contro la Rai. Assegnazione tabellare e automatica: nulla da eccepire. Ma c’era bisogno di un comunicato? Le tabelle si difendono da sole; un attestato preventivo di «indipendenza, imparzialità ed equilibrio», con la causa in riserva, somiglia più a una pagella che a una garanzia. Casari, si dice, è vicina ad Area; è stata nel Tribunale dei ministri sul caso Almasri e in quello che esaminò le denunce contro Conte e Speranza per il Covid. Ministri di ogni colore: non prova nulla. Un giudice non si ricusa per le sentenze che ha scritto: le «gravi ragioni di convenienza» dell’art. 51 c.p.c. sono affidate alla sua coscienza, non ai comunicati.
Intanto, attorno a un ricorso di lavoro, si è radunato un piccolo concilio ecumenico. Giulia Innocenzi porta Report al Parlamento europeo, Sandro Ruotolo invoca il Media Freedom Act, Maurizio Gasparri chiede alla giudice di farsi da parte. Ma a Roma non si decide della libertà di stampa: si decide dei capricci, fondati o meno che siano, di un conduttore che, forse provato dagli eventi, si è paragonato ora a Falcone e Borsellino, ora a Giulio Regeni: offertagli la sede del Cairo, ha ipotizzato che gli si augurasse la stessa fine. Per noi, e lo abbiamo scritto, fondati non sono. L’urgenza non c’è, e la stessa giudice, rinviando alle note del 30 settembre, non l’ha trattata come tale. Il demansionamento neppure: tre incarichi alternativi non sono un esilio, e un giudice restituisce qualifiche, non decide chi va in video. L’articolo 21 della Costituzione non prevede il diritto alla prima serata.
Ci auguriamo che l’Anm, custode sollecita di autonomia e indipendenza e mai avara di applausi per Ranucci, questa volta resti seduta e non tiri per la giacchetta, per dirla con il suo presidente, la collega, né in un senso né nell’altro. Lord Hewart scriveva che justice must not only be done, but must manifestly and undoubtedly be seen to be done: la giustizia non basta farla, deve vedersi che la si fa. Alla dottoressa Casari non chiediamo coraggio né prudenza: soltanto di fare il giudice, che di questi tempi è già parecchio. L’indipendenza non gliela certifica il presidente, né gliela reclamano Bruxelles o l’Anm: la firma lei stessa, in calce all’ordinanza.
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