Sigfrido Ranucci ha scoperto il tribunale del lavoro. Il 15 settembre ha depositato quarantatré pagine d’urgenza contro la Rai perché un giudice lo rimetta alla guida di Report entro l’8 novembre. Chi per vent’anni ha smascherato il potere ora chiede a un giudice di firmargli la scaletta. E l’urgenza? Un provvedimento d’urgenza serve a evitare un danno irreparabile, cioè non rimediabile in denaro. Qui il danno è questo: due vicedirezioni ad personam, una alle inchieste di RaiNews24, oppure la sede del Cairo, da scegliere entro il 27 settembre.

Tre poltrone e una scadenza. Se questo è un pregiudizio irreparabile, al codice serve un nuovo aggettivo. Demansionamento non c’è: vicedirettore è una qualifica apicale, e dal 2015 la legge guarda al livello, non al programma. Se la vicedirezione si rivelasse una targhetta sulla porta, lo si proverà nel merito, dopo mesi di scrivania vuota: non prima di sedersi. Il giudice, verosimilmente, non si chiederà neppure se abbia ragione: si fermerà all’urgenza, e la troverà dove sta. Da nessuna parte. La Rai non parla di demerito, parla di «obiettiva incompatibilità». E un’incompatibilità non si cura per ordinanza: un giudice restituisce qualifiche, non decide chi va in video. La Convenzione europea, che il ricorso evoca, protegge il giornalista dalle censure, non dalle vicedirezioni.

Il modello è il 700 con cui Michele Santoro, nel dicembre 2002, si fece restituire la conduzione dei programmi d’informazione. Ma Santoro era rimasto senza nulla. E soprattutto Santoro, in tv, ha appena definito «imperdonabile» il mancato distanziamento di Ranucci da Lavitola. Il precedente scomunica il discepolo. Ubi ius, ibi remedium: dove c’è un diritto c’è un rimedio. Qui il rimedio c’è, e si chiama vicedirettore. Il diritto di rifiutarlo per sentenza, quello, non l’ha ancora inventato nessuno.

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