L'editoriale
Meloni cala l’asso De Scalzi e manda in crisi sinistra e Vannacci
«Boia chi molla» fu slogan militarista, poi ripreso dalla «rivolta di Reggio» guidata dal sindacalista e capopopolo missino Ciccio Franco, negli anni ‘70; ma la città calabrese non è il genius loci di Roberto Vannacci, la cui retorica mira a collegarsi a quel retroterra della destra post-fascista. L’11% preso dal suo Futuro nazionale in una elezione di collegio, peraltro suppletiva, non è una percentuale politica nazionale. È lontano dalle aspettative del Generale e del centrosinistra uscito sconfitto dal test calabrese.
Matteo Renzi, ormai nei panni di re di Prussia pro Vannacci, lo ha capito, e – nell’elaborare una equivalenza per una elezione proporzionale a livello di elezioni generali – ha previsto un ridimensionamento di Fn al «3, 4, 5%». In realtà il leader di Italia Viva sa che il Generale alle prossime politiche rischia di restare sotto il 3%, e quindi fuori del Parlamento; esattamente come può accadere a lui. Non solo, ma soltanto chi non vuole vedere non vede che Giorgia Meloni è in piena campagna elettorale: la leader-premier ha sfoderato le armi politiche a sua disposizione per portare dalla sua parte quote di elettorato neutrali, fasce sociali «indipendenti», le quali animano giorno dopo giorno la borsa del consenso soltanto in base ai provvedimenti del governo.
La presidente del Consiglio ha messo sul tavolo «il più forte dei poteri forti» (veri) che abbiamo in Italia, indiscutibile: l’Eni guidato da Claudio De Scalzi, del quale in questi anni Meloni non ha voluto disfarsi e che nella propaganda filo-russa spicciola dei vannacciani costituisce un nemico da abbattere. E si sa perché. Il taglio del costo del carburante da parte di Eni, seguito da Ip e Q8, le due compagnie petrolifere controllate dai governi di Azerbaijan e Kuwait con i cui leader ha triangolato la premier in prima persona, si aggiunge all’eliminazione del bollo auto e sarà seguito dalla sensibile riduzione delle bollette da parte di Eni Plenitude e di Enel: è un forte uno-due-tre per dare sollievo alle tasche dei cittadini, molti dei quali non sono né di destra, né di sinistra; non sono malati di politica, ma appartengono alla categoria dei non allineati, non pregiudizialmente schierati. Sono milioni e «scambiano» il loro voto pragmatico con le politiche del governo.
Elly Schlein, con la lettera alla «Gentile Presidente» del 17 settembre scorso in cui aveva invitato la premier a «un confronto costruttivo» sulle misure energetiche, aveva visto giusto e forse fiutato qualcosa: se l’avessero fatta continuare sulla strada del dialogo in nome dell’«interesse nazionale», probabilmente da questi interventi dell’esecutivo, avrebbe potuto staccare un dividendo politico anche l’opposizione. Ma l’ala massimalista del campo largo, da Conte a Bonelli e Fratoianni, l’ha zittita e riportata a un muro contro muro con Palazzo Chigi, che fa segnare punti in favore della maggioranza e crescenti difficoltà nel polo progressista, che ha già tanti problemi di suo.
Adesso è obiettivamente difficile contestare il pacchetto social-energetico messo in campo dalla presidente del Consiglio, che ha fatto valere – adesso si vede meglio quanto la politica estera conti davvero – i suoi investimenti nelle relazioni diplomatiche con Paesi dotati di grandi risorse energetiche. Anche su questo piano, i viaggi della premier italiana nei Paesi ricchi di gas e petrolio, a suo tempo sono stati scarsamente compresi dagli avversari, politici e mediatici, e derubricati a poco meno che armi di distrazione o peggio a viaggi di piacere. Miopie di cui oggi il campo largo fa le spese, figlie di un gap permanente del quale a sinistra non riescono a fare a meno: la sottovalutazione dell’avversario. In questo caso di un’avversaria che accetta la doppia sfida col cartello progressista e col Generale alla sua destra: un’avversaria che si è ormai calata la visiera e con la quale sarà sempre più difficile fare e far tornare i conti.
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