Politica
Prima il bollo auto, ora la scuola. Meloni pressata da Vannacci riscopre il terreno della destra
Prima il bollo auto, ora la scuola. Il governo Meloni sembra aver aperto una nuova stagione politica nella quale la parola d’ordine è tornata a essere quella dell’identità. In verità, ha iniziato la campagna elettorale 2027. Il 16 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato l’esenzione dal bollo, per il 2027, per le auto fino a 80 kW e per i motocicli, con l’ipotesi di rendere strutturale la misura. La settimana scorsa, invece, è arrivato il decreto sulla scuola: tetto del 30% per determinate categorie di studenti con cittadinanza non italiana nelle classi prime, percorsi di italiano per i genitori nei casi di gravi difficoltà linguistiche e divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, con sanzioni fino a mille euro. Due provvedimenti diversi, ma con un tratto comune: parlano direttamente alla pancia del Paese.
Il primo cancella una tassa popolarmente detestata; il secondo interviene sul terreno, sempre sensibile, dell’immigrazione, dell’integrazione e dell’identità nazionale. È una scelta politica legittima. Ma viene spontanea una domanda: perché Fratelli d’Italia, dopo aver conquistato il governo, sembra avere oggi la necessità di presidiare con maggiore insistenza il terreno più identitario della destra? Per capirlo, oltre al voto dell’anno prossimo, bisogna tornare indietro. Fratelli d’Italia nasce nel dicembre 2012, quando Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto costituiscono Fratelli d’Italia-Centrodestra nazionale. È il prodotto della diaspora del vecchio centrodestra e della crisi del Popolo della Libertà. La sua peculiarità è però precisa: non rinnega la propria storia e mantiene nel simbolo la Fiamma tricolore, elemento di continuità con la tradizione missina e post-missina. FdI costruisce così una propria identità attorno a parole come Dio, Patria e Famiglia, cercando di tenere insieme le diverse anime della destra: quella sociale, nazionale e conservatrice, ma anche quella liberale e popolare. È proprio questa capacità di rappresentare a 360 gradi la destra che permette al partito di crescere.
La destra non è più uno spazio nel quale Meloni può dare per scontato di rappresentare tutti. Un nuovo concorrente occupa una parte del terreno e costringe il partito di governo a misurarsi con la vecchia regola della politica: quando compare un concorrente, il monopolista deve difendere il proprio territorio. Il bollo e soprattutto la scuola possono essere letti anche alla luce di questa nuova competizione. Ma qui occorre prudenza. Non è dimostrabile che il governo abbia varato queste misure per inseguire Vannacci. È però evidente che entrambi i provvedimenti insistono su temi molto presenti nella destra contemporanea. Sul decreto scuola, poi, la questione è delicata. Il problema dell’apprendimento dell’italiano e dell’integrazione scolastica è reale e il governo sostiene che il tetto serva a evitare le cosiddette classi-ghetto. Ma trasformare una questione educativa complessa in un limite numerico legato alla cittadinanza rischia di produrre un effetto politico diverso da quello dichiarato.
Ancora più delicato è il divieto di burqa e niqab: la scuola deve garantire riconoscibilità, sicurezza e partecipazione, ma una materia che investe libertà personali, integrazione e religione richiede equilibrio, non annunci in un comizio. Ed è proprio qui che torna la questione iniziale. Meloni ha costruito un governo longevo e ha dimostrato una notevole capacità di tenere insieme la propria maggioranza. Ma la longevità non coincide automaticamente con la cultura di governo. Una classe dirigente si misura sulla capacità di affrontare i problemi strutturali, non soltanto sulla capacità di intercettare il consenso del momento. Gira e rigira, il problema è sempre lo stesso: le classi dirigenti non si improvvisano. E una destra che ha conquistato il governo dovrebbe avere l’ambizione di guidare il Paese, non quella di inseguire ogni volta chi le corre più a destra.
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