«Ci vuole una novità, come una confessione». E poi: i tempi della giustizia non sono quelli del clamore mediatico. La procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, ha ragione sul secondo punto. Sul primo, il discorso è più articolato.

Quella confessione evocata suona più come un invito, rivolto a chi sa e finora ha taciuto, che come una regola: una provocazione, non una verità assoluta. Perché la revisione non esige una confessione, e nemmeno un colpevole alternativo. L’art. 631 c.p.p. chiede prove nuove che, da sole o insieme a quelle già valutate, conducano al proscioglimento. Anche a quello dell‘art. 530, comma 2: la prova insufficiente, il ragionevole dubbio. E per la giurisprudenza consolidata della Cassazione è nuova anche la prova già nel fascicolo e mai valutata. Il contrasto fra giudicati arriverà, semmai, solo se Sempio sarà condannato in via definitiva: cioè fra anni. Ma gli elementi raccolti a Pavia, pedali o non pedali, bastano già a porre l’unica domanda che conta: regge ancora, oltre ogni ragionevole dubbio, la colpevolezza di Stasi?

Comprensibile l’attendismo della difesa: strategicamente conviene agganciarsi al treno messo in moto dalla procura generale. Si capisce meno la presenza televisiva quotidiana, anche se il lavoro è buono. Una cosa però va detta, prima che sia tardi. Garantisti con Stasi, garantisti con Sempio. Non conosciamo gli atti, non sappiamo cosa c’è nel fascicolo. E diffidiamo delle dissertazioni criminologiche in tv, spesso sposate a una tesi quando non a una parcella: confondono le idee, non le chiariscono. Liberare un uomo non può significare condannarne un altro per sottrazione, altrimenti Garlasco diventa la seconda tragedia della stessa storia. Voltaire impiegò tre anni per far riabilitare Jean Calas: nessuno gli chiese di trovare l’assassino, gli bastò dimostrare che la condanna non stava in piedi.

I tempi della giustizia non sono quelli della televisione, d’accordo. Ma nemmeno quelli dell’eternità. Gli anni a un innocente non li restituisce nessuno. Il nome sì.

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