C’è una scena classica del cinema d’epoca, nel film “Lavori in corso”, dove Stanlio e Ollio rotolano smarriti tra i nastri trasportatori della prima era industriale, mentre provavano a capire come si realizzasse una produzione in serie. L’impressione è che a Palazzo Chigi, a seguito della crisi migratoria a Ceuta, sia venuta la stessa intuizione fordista, ma applicata alla gestione dei flussi migratori: si parla di fatto, dopo l’esperienza dei Cpr in Albania nell’area di Shëngjin e di Gjadër, di una possibile produzione in serie di nuovi centri di rimpatrio tra i Balcani e il Nord Africa, e diversi sarebbero già i Paesi interessati.

Scontro Spagna-Italia: “Palazzo Chigi non all’altezza sui migranti”

Questa necessità palesata dal governo, a seguito del caos causato dalla crisi migratoria a Ceuta, ha spinto lo stesso esecutivo a sospendere l’accordo di Schengen e – in men che non si dica – la risposta della Spagna non si è fatta attendere. Ed è tramite un post su X che il socialista Pedro Sánchez punta il dito contro l’Italia, affermando che il numero di migranti irregolari, tra il 2021 e il 2026, abbia raggiunto quota di 478.600 persone; insomma, un netto inasprimento dei toni da parte del governo spagnolo. A rincarare la dose c’è anche il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, che parla di “irresponsabilità” e di inadeguatezza nell’affrontare la crisi migratoria da parte di alcuni Paesi europei, e tra questi in pole position c’è proprio l’Italia. Dati che però vengono puntualmente smentiti dallo stesso Viminale, il quale rileva, dal 1° gennaio al 31 luglio del 2026, un calo sensibile degli sbarchi di migranti, pari a 16.479, quasi 17.000 in meno rispetto al 2024.

Il consiglio straordinario

L’iniziativa sulla produzione in serie di nuovi Cpr verrà illustrata domani dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi durante il Consiglio straordinario dei ministri dell’Interno dell’Ue. Lo stesso Piantedosi non solo esprime la necessità, ormai impellente e non più prorogabile, di rendere operativo entro la fine dell’anno il Cpr a Gjadër in Albania, ma auspica parallelamente l’ampliamento di tale modello a una vasta gamma di Paesi, tra cui Mauritania, Uganda, Uzbekistan, Montenegro, Etiopia, Ghana e Senegal.

L’Italia traccia la sua linea

Ancora in bilico però il finanziamento o meno del progetto da parte di Bruxelles, che afferma di essere disposta a “valutare le proposte compiute, basate sulla cooperazione strategica”. Tra i Paesi candidati più papabili figurano proprio l’Uganda – che avrebbe già il favore di Austria, Germania e Paesi Bassi – e il Montenegro (che, tra i Paesi candidati all’Unione europea, traina la classifica). Il governo Meloni, per il timore sopraggiunto dalle immagini di Ceuta, vorrebbe inoltre una piena e quanto mai immediata attuazione del programma Gsp+, il quale, attraverso una serie di accordi, prevedrebbe il rimpatrio dei cittadini che risiedono illegalmente nell’Unione europea, in cambio di specifici vantaggi economici per i Paesi in via di sviluppo in questione. Nel pieno così del botta e risposta con Madrid e della paura causata dall’emergenza alle porte di casa, l’Italia traccia la sua linea. Rimane l’incognita sulla reale operatività di Shëngjin e Gjadër, ma una gestione “industriale” dei rimpatri rappresenterebbe una vera svolta strutturale per il modello di gestione migratoria.

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Classe 2002, riformista per scelta e cattolica per formazione, nel solco di maestri come Sturzo, De Gasperi e La Pira. Ho fondato Orizzonte Giuridico, un’officina di pensiero nata per rimettere la cultura del diritto al centro del dibattito pubblico. Mi divido costantemente tra l’Italia e l’Albania, con tre chiodi fissi: il Diritto Costituzionale, i sistemi elettorali e le stanze del Vaticano.