La crisi di Ceuta è una questione europea e come tale andrebbe gestita. Senza le contrapposizioni tra i Paesi membri che possono essere facilmente strumentalizzate dal Marocco. Ne parliamo con Arturo Varvelli, direttore dell’European Council on Foreign Relations – Roma.

La reazione di alcuni governi europei, Italia compresa, è stata molto agitata. Le sembra adeguata?

«Francamente no. Mi sembra che la politica stia rincorrendo le posizioni più demagogiche anziché provare a spiegare ai cittadini la complessità del fenomeno. Vale nel centrodestra, dove alcune proposte sono chiaramente improntate alla propaganda, ma in parte anche altrove. Una forza di governo dovrebbe avere la capacità di distinguere ciò che è realizzabile da ciò che serve soltanto a raccogliere consenso».

L’Italia ha sospeso Schengen. Funziona?

«Onestamente no. Chiudere Schengen significa creare code interminabili alle frontiere, paralizzare gli aeroporti, rallentare il traffico turistico e commerciale in tutta Europa. È una misura con costi enormi e benefici molto discutibili. È il classico slogan che può sembrare efficace nel dibattito politico, ma che difficilmente resisterà alla prova dei fatti».

Ancora una volta, Sánchez è finito sul banco degli imputati.

«Credo sia una semplificazione. Sánchez non è il leader “senza controlli” che spesso viene descritto. La Spagna ha una politica migratoria piuttosto rigorosa e negli anni ha adottato misure di sicurezza anche molto severe. Inoltre, il caso spagnolo è diverso perché Madrid gestisce anche una consistente immigrazione latinoamericana, che ha caratteristiche completamente differenti. Ridurre tutto alla responsabilità di Sánchez significa non cogliere la natura del problema».

Qual è allora la chiave di lettura degli ultimi sbarchi?

«A mio avviso siamo di fronte a un fenomeno che conosciamo bene: la strumentalizzazione dei flussi migratori come leva politica. Il Marocco non è uno Stato in guerra né un Paese al collasso. Noi europei ci andiamo in vacanza. È però un Paese con problemi di corruzione e inefficienza, ma non esistono condizioni tali da giustificare un’esplosione improvvisa delle partenze. È più plausibile che Rabat – in questo vicina all’America di Donald Trump – stia utilizzando la pressione migratoria per rafforzare la propria posizione negoziale nei confronti dell’Unione europea».

Uno schema già visto?

«Assolutamente sì. Tunisia, Turchia e Libia, perfino con Gheddafi, sono esperienze da tenere a mente. Si tratta di un meccanismo ormai noto. Si allenta il controllo delle partenze per aumentare la pressione politica sull’Europa e ottenere risorse economiche, sostegno politico o altre concessioni. È una dinamica che ormai conosciamo bene».

L’Italia dovrebbe quindi evitare di polemizzare con Madrid?

«L’Italia dovrebbe essere la prima a comprendere la posizione della Spagna, perché ha vissuto situazioni molto simili con Tunisia e Libia. Ogni volta che aumentano gli sbarchi sulle nostre coste chiediamo solidarietà europea. Per questo appare contraddittorio invocare oggi la chiusura di Schengen nei confronti della Spagna. Se trasformiamo ogni crisi nazionale in uno scontro tra partner europei, domani gli altri potrebbero fare lo stesso con noi».

Quale dovrebbe essere la risposta dell’Unione europea?

«L’Europa dovrebbe affrontare il problema come soggetto politico unitario. Non dovrebbe essere la Spagna a negoziare da sola con Rabat, ma l’Unione europea nel suo complesso. Quando l’Italia raggiunse gli accordi con la Libia, riuscì progressivamente a coinvolgere anche Bruxelles, rafforzando così il proprio peso negoziale. Lo stesso principio dovrebbe valere oggi con il Marocco».

Che cosa potrebbe chiedere Rabat all’Europa?

«È difficile dirlo con precisione. Potrebbero essere risorse economiche, maggiore cooperazione in materia di sicurezza, nuovi programmi di sostegno o altre forme di collaborazione. Ma il punto centrale è un altro. Il Marocco probabilmente sta cercando di alzare il prezzo del negoziato. Se questo è il contesto, la risposta deve essere europea e non nazionale».

Che cosa l’ha colpita maggiormente nel dibattito italiano?

«La tendenza a trasformare una questione strategica in uno scontro politico interno. Mi sorprende che si cada così facilmente in un meccanismo che sembra costruito proprio per dividere gli europei. In una situazione come questa sarebbe stato più utile offrire collaborazione alla Spagna, dimostrando che l’Europa è capace di reagire insieme. Sarebbe anche il modo migliore per rafforzare il ruolo internazionale che l’Italia sta cercando di costruirsi nel Mediterraneo. Ricordiamoci infine che Ceuta e Melilla sono due enclave in territorio africano. Da là si esce per nave o per aereo, varcando una frontiera interna della Spagna. Difficile arrivare ai nostri confini».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).