Ci sono opere che si limitano a raccontare una storia e poi ce ne sono altre, come l’Odissea di Christopher Nolan, che utilizzano una narrazione antica per interrogare il presente. È un film che certamente conferma la straordinaria capacità del regista di costruire immagini monumentali, mondi complessi e sequenze di una potenza visiva fuori dal comune; tuttavia, sarebbe riduttivo fermarsi alla dimensione spettacolare, perché questa volta gli effetti speciali non sono il centro dell’opera, ma il linguaggio attraverso cui viene costruita una riflessione molto più profonda sull’uomo, sulla guerra, sul potere e sulla crisi del modello occidentale.

La vera rivoluzione del film risiede nel modo in cui viene raccontato Ulisse, un personaggio che per secoli la nostra cultura ha trasformato nell’archetipo dell’uomo occidentale: l’eroe della ragione, dell’intelligenza e della capacità strategica, colui che riesce a prevalere perché pensa più degli altri, anticipa gli eventi e trova sempre una soluzione anche nelle situazioni impossibili, dominando il caos attraverso la propria intelligenza.

Nolan sceglie invece di distruggere questa immagine, mostrandoci un Ulisse che non è un semidio o un uomo superiore agli altri, bensì un essere umano fragile, attraversato dalle proprie contraddizioni, dai propri errori e dalle conseguenze delle proprie scelte, la cui grandezza non nasce dall’essere infallibile, ma dalla capacità di confrontarsi con il fallimento.

Ed è proprio in questo snodo che il film compie un’operazione profondamente contemporanea, mettendo in discussione la convinzione occidentale che la ragione umana possa sempre controllare la realtà: Ulisse sfida gli dèi credendo nella propria capacità di piegare il destino, ma la sua tragedia nasce proprio da questa hybris, rivelando che l’uomo illuso di governare tutto scopre, alla fine, di essere governato da forze più grandi di lui. Questa stessa rilettura investe la guerra di Troia e il celebre stratagemma del cavallo, per millenni celebrato come simbolo di genialità militare e di intelligenza capace di superare la forza; Nolan ne mantiene il fascino ma ne mostra soprattutto il prezzo morale, trasformando il dono in inganno, violando così il principio dell’ospitalità, cosicché una delle leggi fondamentali del mondo antico viene tradita dall’uomo che diventerà il protagonista del viaggio più celebre della letteratura occidentale, rendendo la vittoria di Troia non un momento di gloria assoluta, ma l’inizio di una colpa.

Il film mostra questa ambivalenza attraverso due immagini contrapposte: da una parte il trionfo e la celebrazione della grande impresa, dall’altra la cruda realtà della guerra, fatta di sangue, distruzione, corpi e violenza sui più deboli. Mentre Ulisse osserva la città bruciare, le antiche divinità cadere e le mura sgretolarsi, la vittoria perde ogni dimensione epica per lasciare spazio soltanto alla domanda più difficile: cosa abbiamo fatto?

È proprio in questo istante che emerge uno dei messaggi più forti dell’opera, ricordandoci che la guerra non è mai soltanto una questione di strategie e di vincitori; al contrario, ogni vittoria contiene anche una perdita e ogni conquista porta con sé una profonda ferita morale, mettendo in discussione la narrazione radicata per cui il progresso umano coincide necessariamente con la capacità di dominare e prevalere, per ricordarci che una civiltà può vincere una guerra ma perdere una parte di sé stessa.

Ed è su questo solco che emerge uno dei passaggi più politici dell’intero film, ovvero il riferimento ai Popoli del Mare: sebbene nel racconto i Greci vivano con la paura di questa minaccia esterna, vista come la forza oscura in grado di mettere in pericolo una civiltà millenaria e minare la stabilità del regno, Nolan ribalta la classica dinamica politica per cui ogni civiltà in crisi tende a cercare fuori da sé la causa del proprio declino. Nel dialogo finale tra Ulisse e Penelope si fa strada la consapevolezza più radicale: i Popoli del Mare siamo noi, poiché non sono gli altri a distruggere la nostra civiltà, ma noi stessi, attraverso le nostre scelte, le nostre contraddizioni e il progressivo abbandono dei principi che ci hanno reso ciò che siamo.

Questa riflessione potentissima supera il tempo del mito per arrivare direttamente al presente, ricordandoci che ogni epoca costruisce il proprio Popolo del Mare individuando un responsabile esterno al quale attribuire la propria crisi, che sia l’immigrazione, le guerre, il terrorismo, la globalizzazione o le trasformazioni tecnologiche.

Nolan, tuttavia, pone una domanda molto più difficile: e se il problema fosse dentro di noi, e il declino di una civiltà iniziasse non quando viene attaccata dall’esterno, ma quando perde la capacità di interrogarsi sui propri errori? Dopotutto, la forza dell’Occidente non è mai stata soltanto la sua potenza economica o militare, ma la sua capacità di autocritica e di correggere sé stesso; quando una civiltà smette di guardarsi allo specchio e cerca soltanto nemici fuori dalle proprie mura, inizia forse il suo vero indebolimento.

In questa prospettiva anche la figura di Penelope assume un significato nuovo, trasformandosi dalla semplice donna fedele che aspetta il marito in una figura politica, custode della memoria e della responsabilità: nel confronto con Ulisse emerge la consapevolezza di chi comprende che il problema non è soltanto tornare a casa, ma capire quale casa si vuole ricostruire, rappresentando una forma di intelligenza meno orientata alla conquista e più legata alla conservazione e alla capacità di vedere le conseguenze delle azioni. Ed è forse proprio nel rapporto con Calipso che Nolan consegna il messaggio più universale, suggerendo di lasciare andare ciò che non possiamo controllare: una frase apparentemente semplice, ma profondamente rivoluzionaria in una società che ha trasformato il controllo in un valore assoluto.

Viviamo in un’epoca nella quale cerchiamo di programmare ogni aspetto dell’esistenza, dal lavoro alle relazioni fino alla nostra immagine pubblica, e in cui la modernità ci ha illuso di poter eliminare completamente l’incertezza, ma l’Odissea di Nolan suggerisce che la maturità non consiste nel controllare tutto, bensì nel conoscere ciò che non possiamo controllare. Se per anni Christopher Nolan è stato considerato il regista della complessità, delle architetture narrative impossibili e della spettacolarità cinematografica, con questa opera sembra fare un passo ulteriore in cui la grande meraviglia non è più ciò che vediamo sullo schermo, ma ciò che rimane dentro di noi dopo averlo visto. La sua Odissea non è soltanto il racconto di un uomo che cerca di tornare a casa, ma il racconto di una civiltà che deve trovare il coraggio di interrogarsi su sé stessa, svelandoci che il vero viaggio di Ulisse non avviene attraverso il Mediterraneo, ma dentro la natura umana, e lasciandoci con la domanda più importante di tutte: quando una civiltà cerca il proprio nemico, ha ancora il coraggio di chiedersi se quel nemico non sia, almeno in parte, il riflesso delle proprie scelte?

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Nato nel 1995, vivo a Trieste, laureato in Cooperazione internazionale. Consulente per le relazioni pubbliche e istituzionali, ho una tessera di partito in tasca da quando ho 15 anni. Faccio incontrare le persone e accadere le cose, vorrei lasciare il mondo meglio di come l'ho trovato. Appassionato di democrazia e istituzioni, di viaggi, musica indie e Spagna.