“Non c’era modo di sapere se in un dato momento foste osservati oppure no. Si doveva vivere, e si viveva, con la presunzione che ogni movimento venisse scrutinato”. No, non siamo nel 1984. Eppure c’è una parte politica che, per riflesso condizionato, vorrebbe farci credere di vivere esattamente in quella distopia. Tra la riforma della legge elettorale e il sempre rovente cantiere delle intercettazioni, il Governo apre una strada destinata a segnare il dibattito politico interno e i rapporti con l’Unione Europea: l’ipotesi di autorizzare il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici da parte delle forze dell’ordine. Un’apertura che da un lato agita fortemente il fronte del Campo Largo e dall’altro indispettisce, ma non troppo, la Commissione Europea.

Uno dei principali nodi del dibattito riguarda proprio la raccolta e l’elaborazione dei dati biometrici negli spazi pubblici. Tratti del viso, scansioni ed elementi identificativi che, nelle intenzioni dell’esecutivo, diventerebbero autorizzati in una serie estesa di circostanze legate all’ordine pubblico e alla prevenzione. Dal fronte di Bruxelles non si registra tuttavia una bocciatura definitiva, quanto piuttosto uno spiraglio lasciato aperto: l’AI Act vieta in linea generale la sorveglianza biometrica in tempo reale, ma prevede deroghe per la prevenzione di reati gravi e minacce imminenti. A sostegno della propria posizione, dalla Commissione Europea si precisa che, non avendo ancora il testo a disposizione e tutti gli elementi del caso, non si può giudicare ed esprimere in anticipo su tale materia. Ed è precisamente in questa piega che l’esecutivo prova a fare breccia, scatenando le immediate proteste delle opposizioni. Al Campo Largo, infatti, non resta che avvinghiarsi ai vecchi miti della letteratura distopica, primo fra tutti l’immancabile fantasma di George Orwell e del suo romanzo più celebre.

A smontarne la narrazione arriva però il chiarimento di Palazzo Chigi. Fonti dell’esecutivo mettono infatti un punto fermo: sul riconoscimento facciale l’Italia continuerà a rispettare la normativa europea, a partire dall’AI Act, in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà, la cui verifica spetta rigorosamente all’Autorità giudiziaria. Da Chigi si rivendica anzi una posizione d’avanguardia nella governance dell’intelligenza artificiale, sottolineando come l’Italia sia stata la prima in Europa ad adottare una disciplina di sistema per uno sviluppo dell’IA che resti “centrato sull’uomo e governato dall’uomo”. Ad essere propenso a tale misura è inoltre Enzo Letizia, Segretario dell’Associazione Nazionale funzionari di polizia, il quale sottolinea il necessario adeguamento degli strumenti investigativi, a causa del dilagare ormai quotidiano della criminalità diffusa, attraverso misure all’avanguardia e che non considerino l’IA come una scatola chiusa.

Al netto della visione apocalittica e distopica del Campo Largo, la realtà dei fatti dimostra una verità opposta a quella raccontata. Da un lato, appare evidente che il Governo dovrà adeguarsi in modo rigoroso alla normativa europea, assicurando il vaglio della magistratura su ogni singolo impiego. Dall’altro, l’Italia dimostra di voler stare al passo con i tempi in materia di sicurezza pubblica, muovendosi lungo una direzione già intrapresa dalla Gran Bretagna e da diverse altre democrazie occidentali. La vera sfida, dunque, non è cedere ad allarmismi ideologici, ma dimostrare che l’innovazione tecnologica può essere governata nel pieno rispetto dello Stato di diritto.

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Classe 2002, riformista per scelta e cattolica per formazione, nel solco di maestri come Sturzo, De Gasperi e La Pira. Ho fondato Orizzonte Giuridico, un’officina di pensiero nata per rimettere la cultura del diritto al centro del dibattito pubblico. Mi divido costantemente tra l’Italia e l’Albania, con tre chiodi fissi: il Diritto Costituzionale, i sistemi elettorali e le stanze del Vaticano.