Ogni epoca ama ricordarsi per una sua invenzione, come se la storia fosse una galleria di ritratti: la macchina a vapore, l’elettricità, Internet. È una narrazione comoda e persino consolante, perché mette in scena eroi tecnologici e lascia tutto il resto sullo sfondo. Peccato che le tecnologie, prese da sole, spieghino soltanto la superficie del cambiamento. Ciò che trasforma davvero una civiltà non è l’arnese nuovo comparso sul tavolo, ma il modo in cui quell’arnese sposta l’equilibrio tra ciò che abbonda e ciò che è raro. Quando cambia la natura della scarsità cambiano, inevitabilmente, l’economia, le istituzioni, il lavoro e persino il modo in cui attribuiamo valore alle cose.

L’intelligenza artificiale è, oggi, il punto più avanzato di questo movimento. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’accelerazione senza precedenti nella storia dell’informatica: la potenza di calcolo destinata all’addestramento dei modelli cresce a ritmi che fanno impallidire la vecchia, celebre legge di Moore, i dati digitali si moltiplicano ogni giorno a centinaia di milioni di gigabyte e algoritmi ormai capaci di maneggiare linguaggio, immagini, codice, suoni e conoscenza si sono diffusi tra milioni di persone che li usano per scrivere, tradurre, progettare, programmare o semplicemente decidere. Quella che fino a poco fa era una curiosità da laboratorio sta diventando, con discrezione e rapidità, un’infrastruttura generale della società.

Il dibattito pubblico, comprensibilmente, si accalca sulle conseguenze immediate. Quali mestieri spariranno? Quali competenze diventeranno indispensabili? Come cambieranno la scuola, l’università, l’impresa, la pubblica amministrazione? Sono domande legittime, però hanno il difetto di guardare troppo in basso. Già nel 1930 Keynes coniava l’espressione disoccupazione tecnologica per rassicurare i contemporanei: era, diceva, soltanto una fase passeggera di cattivo adattamento. Un secolo dopo continuiamo a porci la stessa domanda e forse è proprio questo il sintomo interessante. È come osservare le onde che si alzano senza accorgersi che a spostarsi, sotto, è la marea.

Lo storico Fernand Braudel avrebbe riconosciuto la scena all’istante. La sua opera distingue la storia degli eventi, quella rumorosa e schiumosa delle onde che riempiono le cronache, dalla longue durée, il tempo lento e profondo delle strutture che si muovono come maree e decidono davvero il destino delle società. Le automazioni e i mestieri che scompaiono sono le onde. La marea è un’altra cosa.

E la marea, questa volta, riguarda la scarsità. L’intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia: è uno spostamento del regime di scarsità sul quale abbiamo costruito la società moderna. L’affermazione può suonare astratta, però è forse la chiave di tutto. Ogni grande istituzione, a ben guardare, nasce per organizzare l’accesso a qualcosa che in un dato momento è difficile ottenere. Le banche nascono quando il capitale è raro e va raccolto, custodito, redistribuito. Le biblioteche quando i libri sono pochi e preziosi. Le università quando il sapere è concentrato nelle mani di una minoranza. I giornali quando raccogliere notizie richiede tempo, denaro e una rete di corrispondenti. Perfino le città crescono perché la vicinanza fisica rende possibili scambi che, a distanza, sarebbero impensabili.

Per secoli abbiamo scambiato queste istituzioni per elementi eterni dell’ordine sociale, come se fossero sempre esistite e sempre dovessero esistere. Erano invece risposte storiche a una precisa condizione di scarsità. La loro forza non stava nell’edificio né nel regolamento, ma nella capacità di rendere accessibile una risorsa difficile da trovare. Nel momento in cui quella risorsa cambia natura, l’istituzione è costretta a reinventarsi oppure a spegnersi lentamente.

Non è una profezia, è cronaca. Le filiali bancarie hanno perso la centralità che avevano nel Novecento nel momento in cui il denaro è diventato un flusso digitale accessibile ovunque. Le agenzie di viaggio si sono svuotate quando prenotare e confrontare i prezzi è diventato un gesto da poltrona. Le videoteche sono scomparse. E qui vale la pena fermarsi un istante: non perché fosse svanito il desiderio di vedere film, come si affrettava a rassicurarci qualche ottimista alla Pangloss, ma perché era cambiato il modo di arrivare ai film. Ogni volta il dibattito ha puntato il dito contro la tecnologia di turno. E ogni volta la tecnologia era soltanto il motore visibile di un fenomeno più profondo: stava cambiando ciò che era raro. Schumpeter chiamava distruzione creatrice proprio questo, il vento perenne che abbatte le vecchie forme mentre ne semina di nuove.

Forse conviene leggere anche l’intelligenza artificiale con questa lente. Non chiederci soltanto quali attività automatizzerà o quali professioni sostituirà, ma domandarci quale scarsità stia sciogliendo. Perché è lì, in quella risposta, che si nasconde il significato storico di ciò che stiamo vivendo. E, con esso, la ragione per cui nei prossimi anni non cambieranno soltanto gli strumenti con cui lavoriamo, ma il modo stesso in cui la società organizza la conoscenza, il valore, la fiducia e le proprie istituzioni.

Negli ultimi mesi è successo qualcosa che, più di ogni titolo di giornale, racconta la direzione del vento. Le grandi imprese tecnologiche stanno investendo cifre senza precedenti nella costruzione di centri di calcolo, nell’acquisto di milioni di processori specializzati e nella realizzazione di centrali energetiche pensate apposta per alimentarli. Governi, fondi sovrani e colossi industriali hanno avviato programmi miliardari per assicurarsi potenza di calcolo, disponibilità di dati e una qualche forma di indipendenza tecnologica. La gara globale non riguarda più soltanto chi costruirà il modello più brillante, ma chi controllerà l’infrastruttura su cui poggerà l’economia della conoscenza del nostro secolo.

Le notizie quotidiane sulle nuove fabbriche di semiconduttori, sui campus sterminati dedicati al calcolo, sulla fame crescente di energia elettrica o sulla caccia agli ingegneri non andrebbero quindi lette come episodi slegati. Sono i segnali di un movimento sotterraneo. Quando una civiltà investe centinaia di miliardi in un’infrastruttura, sta dicendo che quell’infrastruttura sta prendendo il posto che, in altre epoche, ebbero le ferrovie, la rete elettrica, Internet. L’economista Carlota Perez ha mostrato come ogni rivoluzione tecnologica attraversi una prima fase di febbrile installazione, in cui il capitale si getta a costruire i binari del mondo che verrà. Siamo, con ogni probabilità, esattamente lì.

Anche i numeri raccontano la stessa storia. L’intelligenza artificiale generativa ha raggiunto in pochi anni livelli di adozione che altre tecnologie avevano impiegato decenni a conquistare. Ogni giorno miliardi di contenuti vengono prodotti, tradotti, classificati, sintetizzati da sistemi automatici. Le imprese hanno smesso di trattarli come una curiosità da mostrare in convegno per integrarli nella ricerca, nella progettazione, nel rapporto con i clienti, nelle decisioni. È lo stesso destino che, nel Novecento, toccò all’elettricità: una tecnologia di uso generale, destinata a infiltrarsi in ogni settore. Lo storico dell’economia Paul David ricordava che la dinamo elettrica impiegò decenni prima di tradursi in vera crescita, perché non bastava installare i motori: bisognava ripensare da capo il modo di lavorare. Vale la pena tenerlo a mente ogni volta che qualcuno pretende miracoli immediati dall’intelligenza artificiale.

Sarebbe però un errore fermarsi qui, alla contabilità degli investimenti. La storia insegna che le grandi rivoluzioni non trasformano il mondo perché portano strumenti nuovi, ma perché cambiano il valore relativo delle risorse su cui una società aveva costruito le sue istituzioni. La macchina a vapore ha reso abbondante l’energia meccanica. L’elettricità ha reso l’energia disponibile ovunque. Internet ha abbattuto la scarsità dell’informazione. L’intelligenza artificiale sta cominciando a intaccare una scarsità ancora più preziosa: quella della capacità di elaborare la conoscenza.

La distinzione è tutt’altro che sottile. Per anni ci siamo raccontati che il tesoro della società digitale fossero i dati. Abbiamo persino coniato lo slogan dei dati come nuovo petrolio. Oggi sappiamo che i dati, da soli, non producono nulla. Diventano preziosi solo quando qualcuno sa interpretarli, collegarli, sintetizzarli, trasformarli in decisioni. È esattamente su questa capacità che l’intelligenza artificiale sta mettendo le mani. Non sostituisce il pensiero umano, ma rende abbondante una parte di quelle operazioni cognitive che fino a ieri chiedevano tempo, competenza ed esperienza. Già nel 1934, in un coro del suo The Rock, Thomas Stearns Eliot si domandava dove fosse finita la saggezza smarrita nella conoscenza e la conoscenza smarrita nell’informazione. Oggi potremmo aggiungere un gradino ancora più in basso, l’informazione smarrita nei dati. E l’intera scala tornerebbe a essere il nostro problema.

È qui che si annida la vera novità storica. Per secoli le società hanno organizzato le proprie istituzioni attorno alla scarsità della conoscenza. Oggi cominciano a fare i conti con l’esatto opposto, l’abbondanza della conoscenza e una crescente disponibilità di strumenti capaci di lavorarla. Non significa che il sapere valga meno. Accade il contrario. A spostarsi è il luogo in cui il valore si genera.

Perché quando una risorsa diventa abbondante, il valore migra verso ciò che permette di orientarsi al suo interno. Lo aveva intuito con straordinaria lucidità Herbert Simon già nel 1971: in un mondo ricco di informazione, scriveva, l’abbondanza di informazione produce necessariamente la scarsità di qualcos’altro, e quel qualcosa è l’attenzione di chi la riceve. Tradotta nel nostro presente, l’intuizione suona così. Se tutti possono accedere alle informazioni, diventa decisivo distinguere quelle affidabili da quelle ingannevoli. Se tutti possono produrre contenuti, diventa essenziale saper attribuire loro un senso. Se tutti possono dialogare con sistemi intelligenti, la differenza non starà più nella disponibilità delle risposte, ma nella qualità delle domande che sapremo formulare.

È in questo passaggio che prende forma la nostra tesi: le grandi trasformazioni della storia non nascono semplicemente dall’arrivo di una tecnologia, ma nascono nell’istante in cui quella tecnologia cambia ciò che una civiltà considera raro. Quando cambia la scarsità cambiano, che lo vogliano o no, le istituzioni nate per amministrarla. È questa la lente con cui, dovremmo guardare la scuola, l’università, il lavoro, l’impresa, la città e molte altre creature del nostro tempo. Non per chiederci se sopravvivranno, domanda un po’ oziosa, ma per capire quale funzione nuova saranno chiamate a svolgere in un mondo in cui l’intelligenza artificiale sta ridefinendo, forse per la prima volta nella storia, il rapporto stesso fra conoscenza, valore e società.

In fondo, se l’epoca che si apre rende le risposte a buon mercato, resta un solo giardino che valga la pena coltivare: quello delle domande.

Prof. Carlo Maria Medaglia, Delegato del Rettore per la Terza Missione, l’Innovazione Didattica e l’Intelligenza Artificiale dell’Università degli Studi Telematica IUL