Per anni abbiamo pensato che il cuore della trasformazione digitale della scuola fossero le piattaforme, i tablet, le videolezioni o l’intelligenza artificiale. Ma mentre il dibattito pubblico si concentrava sugli strumenti più visibili, nel sottosuolo dell’education si stava accumulando qualcosa di ancora più prezioso: i dati prodotti dagli studenti. Ogni attività svolta online, ogni esercizio completato, ogni tempo di permanenza su un contenuto genera informazioni che possono essere raccolte, analizzate e trasformate in valore. La scuola sta entrando pienamente nell’economia dei dati.

Questa trasformazione è molto più profonda di quanto sembri. Tradizionalmente, il sistema educativo produceva conoscenze, competenze e titoli di studio. Oggi produce anche enormi quantità di dati cognitivi e comportamentali: modalità di apprendimento, livelli di attenzione, tempi di risposta, pattern di studio, difficoltà ricorrenti, interazioni collaborative, progressi e fragilità individuali. Informazioni che non descrivono soltanto cosa fanno gli studenti, ma iniziano progressivamente a rappresentare come apprendono, come reagiscono e persino come pensano.

Le piattaforme educative contemporanee raccolgono già dataset giganteschi. Learning management system, ambienti collaborativi, strumenti di tutoring intelligente e sistemi di valutazione automatica generano flussi continui di informazioni. Questi dati vengono utilizzati per personalizzare i percorsi, migliorare gli algoritmi, sviluppare sistemi predittivi e addestrare modelli di intelligenza artificiale. Il vero valore strategico delle piattaforme educative non è più soltanto nei contenuti, ma nei dati generati dagli utenti.

La questione assume una rilevanza enorme nel momento in cui l’intelligenza artificiale diventa il motore principale dell’innovazione educativa. I sistemi di AI apprendono attraverso grandi quantità di dati. Più informazioni vengono raccolte, più gli algoritmi diventano sofisticati. Questo significa che ogni studente che utilizza una piattaforma educativa contribuisce, spesso inconsapevolmente, ad alimentare infrastrutture tecnologiche sempre più avanzate. L’apprendimento digitale diventa contemporaneamente esperienza educativa e processo di produzione dati.

Il problema non riguarda soltanto la privacy. Riguarda il potere. Perché i dati educativi rappresentano una delle forme più sensibili e strategiche di informazione disponibili oggi. Non descrivono soltanto consumi o preferenze commerciali. Raccontano capacità cognitive, fragilità, comportamenti, livelli di concentrazione e modalità di apprendimento. In altre parole, iniziano progressivamente a costruire una rappresentazione digitale profonda degli individui.

Le organizzazioni internazionali stanno iniziando a riconoscere la portata di questa trasformazione. L’Unione Europea insiste sulla necessità di garantire trasparenza, sicurezza e sovranità sui dati educativi (European Commission, European Strategy for Data). Ma il dibattito pubblico appare ancora sorprendentemente arretrato rispetto alla velocità dell’evoluzione tecnologica. Mentre discutiamo di chatbot e compiti scritti con l’AI, la vera infrastruttura strategica dell’education sta diventando la raccolta e l’elaborazione dei learning data.

È qui che emerge una delle grandi questioni politiche dei prossimi anni: chi controllerà i dati prodotti dai sistemi educativi? Le scuole e le università? Gli studenti? Gli Stati? Oppure le grandi piattaforme tecnologiche globali che gestiscono gli ecosistemi digitali utilizzati quotidianamente da milioni di persone?

La questione è ancora più delicata se si considera che le piattaforme educative non operano in un vuoto culturale. I sistemi di raccomandazione, personalizzazione e analisi incorporano inevitabilmente modelli cognitivi e visioni dell’apprendimento sviluppate da chi progetta le tecnologie. Chi controlla i dati educativi controlla progressivamente anche le infrastrutture cognitive dell’apprendimento contemporaneo.

In prospettiva, il rischio è che le scuole e le università diventino enormi produttori inconsapevoli di valore informativo per gli ecosistemi tecnologici globali. Ogni lezione online, ogni verifica digitale, ogni interazione educativa contribuisce a generare dati che alimentano piattaforme, modelli di AI e mercati della conoscenza sempre più sofisticati.

Ed è qui che la metafora del petrolio digitale diventa improvvisamente concreta. Perché come il petrolio nell’economia industriale, anche i dati educativi rappresentano una risorsa strategica destinata a ridefinire poteri economici, culturali e geopolitici. Con una differenza fondamentale: il petrolio descriveva le macchine. I learning data descrivono gli esseri umani.

Se i dati educativi stanno diventando una delle risorse strategiche più importanti della società digitale, allora la questione centrale riguarda inevitabilmente la loro governance. Non si tratta più soltanto di proteggere informazioni personali, ma di comprendere come la raccolta e l’analisi dei learning data stiano ridefinendo il rapporto tra educazione, tecnologia e potere. I dati educativi non rappresentano semplicemente una nuova categoria di informazioni: diventano infrastruttura politica e culturale del futuro dell’apprendimento.

Uno degli aspetti più delicati riguarda la proprietà dei dati. Quando uno studente utilizza una piattaforma educativa, chi possiede realmente le informazioni prodotte dalle sue attività? Il provider tecnologico che gestisce il sistema? La scuola che lo utilizza? Lo studente stesso? Oppure l’algoritmo che elabora continuamente quei dati per addestrare modelli sempre più sofisticati? Il problema è che, nella maggior parte dei casi, queste dinamiche restano invisibili agli utenti. Milioni di studenti producono valore informativo senza avere reale consapevolezza del peso economico e strategico dei propri dati cognitivi.

La questione diventa ancora più rilevante nel momento in cui i learning data vengono utilizzati per alimentare sistemi predittivi e modelli di intelligenza artificiale. Analizzando pattern comportamentali, performance e modalità di apprendimento, le piattaforme possono costruire profili estremamente dettagliati degli studenti. Non si limitano più a registrare risultati scolastici: iniziano progressivamente a rappresentare stili cognitivi, livelli di attenzione, modalità decisionali e potenziali traiettorie educative. L’education entra nell’era della profilazione cognitiva.

Le organizzazioni internazionali insistono sulla necessità di sviluppare sistemi trasparenti e rispettosi dei diritti individuali (UNESCO, AI and Education: Guidance for Policy-Makers). Ma la velocità dell’innovazione tecnologica procede molto più rapidamente della capacità politica di costruire regole condivise. Nel frattempo, le piattaforme accumulano quantità sempre maggiori di dati, trasformando l’education in uno dei nuovi territori strategici della data economy globale.

Esiste poi un problema di dipendenza tecnologica. Molti sistemi educativi nazionali utilizzano piattaforme sviluppate da grandi aziende private internazionali. Questo significa che una parte crescente delle informazioni prodotte dalle scuole viene gestita attraverso infrastrutture esterne ai sistemi pubblici. La questione non riguarda soltanto la sicurezza dei dati, ma anche la sovranità educativa. Quando le infrastrutture cognitive della scuola dipendono da piattaforme globali, l’autonomia educativa degli Stati si riduce inevitabilmente.

Il punto più profondo riguarda però il rapporto tra dati e identità. I learning data non descrivono soltanto attività scolastiche. Raccontano fragilità, capacità, livelli di attenzione, difficoltà relazionali e comportamenti cognitivi. In prospettiva, potrebbero essere utilizzati per orientare percorsi formativi, suggerire opportunità professionali o persino influenzare processi di selezione e valutazione. La rappresentazione digitale dello studente rischia di accompagnare l’individuo lungo tutto l’arco della vita.

È qui che emerge il rischio di una nuova forma di disuguaglianza. Chi controllerà i sistemi di raccolta e analisi dei dati educativi avrà accesso a una delle più grandi infrastrutture informative sulla formazione delle future generazioni. E come spesso accade nelle economie digitali, il potere tenderà a concentrarsi nelle mani di pochi grandi attori tecnologici capaci di gestire dati, piattaforme e modelli di intelligenza artificiale.

Questo non significa che l’utilizzo dei learning data debba essere rifiutato. Al contrario, l’analisi intelligente dei dati può migliorare inclusione, personalizzazione e qualità dell’apprendimento. Può aiutare studenti fragili, supportare i docenti e rendere i sistemi educativi più efficaci. Ma proprio per questo serve una governance forte, trasparente e democratica. Il problema non è utilizzare i dati, ma evitare che siano utilizzati esclusivamente secondo logiche economiche e di controllo.

La vera sfida dei prossimi anni sarà costruire una cittadinanza digitale educativa. Studenti, docenti e famiglie dovranno comprendere cosa sono i learning data, come vengono utilizzati e quali implicazioni producono sulla vita delle persone. Perché nella società algoritmica il diritto all’educazione non riguarderà più soltanto l’accesso ai contenuti, ma anche la capacità di controllare le informazioni generate durante l’apprendimento.

Ed è forse proprio questo il punto decisivo. Nel Novecento la scuola era il luogo in cui si formavano cittadini. Nel XXI secolo rischia progressivamente di diventare anche il luogo in cui si producono dati strategici sulle persone. La domanda non è quindi soltanto tecnologica. È profondamente politica: chi controllerà le infrastrutture informative della conoscenza controllerà anche una parte crescente della società futura.

Prof. Carlo Maria Medaglia, Delegato del Rettore per la Terza Missione, l’Innovazione Didattica e l’Intelligenza Artificiale dell’Università degli Studi Telematica IUL