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Uso dell’IA nel pubblico: il modello italiano mette al centro la persona
Il pacchetto di norme sull’Intelligenza Artificiale approvato dal Consiglio dei Ministri fa fare all’Italia un salto di qualità che non è solo normativo, ma di mentalità.
Per mesi abbiamo assistito a un dibattito pubblico polarizzato e sterile: da un lato il terrore acritico del “Grande Fratello” tecnologico, dall’altro la fiducia cieca in un futuro totalmente automatizzato. Il merito principale di questo decreto, che è la prima normativa nazionale organica in Europa a dare attuazione all’AI Act, è l’aver imposto una terza via, profondamente concreta: l’IA va considerata un valore aggiunto fondamentale da conoscere e integrare, ma allo stesso tempo da controllare e usare nel giusto modo. Si tratta di una scelta di campo che mette l’approccio antropocentrico alla prova dei fatti, partendo da un principio chiarissimo: la tecnologia deve potenziare le istituzioni, non sostituirle.
Il caso della giustizia è l’esempio più lampante di questo equilibrio. L’introduzione dell’IA nei tribunali non è il preludio a sentenze scritte da un computer, tutt’altro. La norma mette un punto fermo: l’uso dell’IA lascerà doverosamente intatta la discrezionalità del magistrato nell’interpretazione e applicazione della legge. Significa che lo strumento tecnologico viene integrato senza intaccare la funzione sovrana del giudicare. Non è un caso che il Comitato direttivo della Scuola della Magistratura in carica stia già promuovendo numerosi corsi formativi sull’IA per i giudici italiani. Il focus di questa formazione è ribadire che la decisione deve restare saldamente presidiata dalla competenza, dall’indipendenza e dalla responsabilità della persona; mentre l’algoritmo potrà essere usato per liberare tempo e supportare le risorse umane, migliorando la qualità del servizio per i cittadini.
Sul fronte della sicurezza, il decreto rifiuta la sorveglianza biometrica di massa a favore di un pragmatismo garantista, introducendo due soli utilizzi eccezionali e controllati: l’identificazione in tempo reale, limitata a casi tassativi (terrorismo, persone scomparse) e subordinata all’autorizzazione del giudice; e il riconoscimento facciale a posteriori, attivabile solo dopo un reato sulla base di elementi oggettivi. In questo modo, la decisione resta umana e l’uso della tecnologia è strettamente circoscritto, dimostrando che è possibile garantire la sicurezza senza scivolare nello Stato di polizia.
Questo realismo normativo non avrebbe però gambe su cui camminare senza una massiccia operazione di alfabetizzazione culturale, che il decreto giustamente individua come pilastro fondamentale. Il vero presupposto per non subire la tecnologia è conoscerla, ed è per questo che la previsione di una formazione iniziale e continua per magistrati, professionisti e dipendenti pubblici non è un semplice adempimento burocratico, ma una necessità strategica. Sviluppare competenze specifiche significa dare alle persone gli strumenti critici per comprendere i limiti intrinseci della macchina, governarne i rischi legati alla protezione dei dati e rivendicare, in ogni occasione, la necessità del controllo umano.
È qui che si salda il principio antropocentrico che ispira l’intero impianto della norma. Mettere l’uomo al centro non è uno slogan filosofico astratto, ma una scelta di campo netta: l’IA deve essere orientata da una visione etica e umanistica, capace di declinare le esigenze dell’efficienza digitale con il rispetto della dignità della persona. Formare le classi dirigenti e i professionisti a questo approccio significa garantire che l’algoritmo resti sempre un mezzo di amplificazione del potenziale umano e mai un fine a cui sacrificare la nostra autonomia decisionale.
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